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Dentro il cuore delle regole, dove non valgono

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di Antonello Angius


Riemerge con Camilleri e Ostellino il tema delle “leggi fisiche” che governano il consenso degli italiani, entro un sistema di cui la casta parlamentare rappresenta la massima espressione più che la degenerazione.



magic_econ.jpgCome nell’occhio del ciclone, dentro il nucleo istituzionale della turbolenta società italiana regna una quiete agiata e paradossale. Il ciclone si sposta mentre tutto ruota attorno, e in tempi di crisi acuta volano i detriti delle emergenze sociali ed economiche, ma nelle regole interne del parlamento nazionale e di quelli regionali tutto è immobile o quasi. Non la quiete dopo la tempesta: la quiete e la tempesta insieme.

Per lo scrittore Andrea Camilleri, intervenuto sul tema “Esiste l’Italia?” proposto da Limes nel numero di marzo 2009, e per Piero Ostellino, autore del libro Lo stato canaglia pubblicato sempre nel marzo 2009, per capire la politica italiana bisogna prima capire l’italiano medio. Secondo il banale concetto per cui, almeno nelle democrazie, ognuno ha i governanti che si merita. Entrambi gli autori, da prospettive diverse (quella di uno scrittore con sensibilità politica di sinistra e quella di un giornalista di cultura liberale) giungono alla stessa conclusione: l’italiano ha un’anima politica doppia. Per Ostellino si tratta di “un abito mentale unico nel suo genere al mondo”, che è anarcoide e conservatore, legalista e imbroglione, e che ci spinge in una sorta di “8 settembre permanente”, per cui uniamo una convenzionale obbedienza alle istituzioni con la prontezza del “tutti a casa” in qualsiasi momento. Per Camilleri, similmente, l’italiano pensa a se stesso come a un motorino in mezzo al traffico: fra regole, divieti e segnali che sono per lui sacrosanti. Purchè libero di svicolare come e quando può. Per entrambi gli autori questa matrice comportamentale è la stessa che consentì l’ascesa del fascismo, il quale sarebbe durato almeno quanto il franchismo spagnolo senza la sconfitta militare, ed è rimasta sostanzialmente intatta anche grazie a una profonda ignoranza di popolo, attestata del resto dalle statistiche internazionali sui livelli di istruzione, sulla lettura di libri e sulla fruizione di informazione stampata e online.

Materia e antimateria

Se la doppiezza non rappresenta in questo caso le due facce di una medaglia, ma l’essenza stessa di ciò che è il consenso in Italia, come le particelle di materia e antimateria nella fisica moderna richiamata da Camilleri, perché usare il termine “casta” per i parlamentari nazionali e regionali? E’ vero, essi assommano il maggior numero e il più alto livello di privilegi fra i loro pari nel mondo, ma se una qualsiasi categoria di cittadini in Italia avesse il potere di autoassegnarsi i compensi, come accade per le assemblee elettive, non ne approfitterebbe? La norma originaria (legge 1261 del 1965) stabilisce che i parlamentari ricevano un’indennità mensile non superiore a 1/12 dello stipendio annuo lordo dei presidenti di Sezione della Corte di Cassazione. Sin qui nessuno scandalo: lo status economico del parlamentare deve essere di livello adeguato. Ma questa è appunto la regola, il segnale stradale che stabilisce un tetto massimo alle retribuzioni, rispetto al quale i parlamentari hanno svicolato col motorino truccato di cui parla Camilleri. Anzitutto, il tetto massimo non è "onnicomprensivo" (che tradotto per il cittadino comune suona come: stavamo scherzando), poi il regime fiscale nasce privilegiato, perchè solo i 4/10 dell’indennità parlamentare erano soggetti a imposta (dal 1986, con il nuovo Testo unico delle imposte sui redditi, vale il regime fiscale ordinario, pur se la vecchia norma non è mai stata abrogata). Inoltre l’indennità, come la diaria, non concorre all’imponibile nella denuncia dei redditi (questo vale per il Parlamento e per le Regioni a statuto speciale, dunque attenzione a quando si leggono sulla stampa i dati delle dichiarazioni dei redditi dei parlamentari). Infine i politici eletti hanno una serie di voci supplettive di guadagno: le indennità di funzione per i molti incarichi distribuiti all’interno delle assemblee legislative, le diarie per spese di soggiorno (i cui minimi mensili in Sardegna sono i più alti d’Italia, pari a 7.355 euro), le mensilità aggiuntive esentasse travestite con nomi fantasiosi che i diversi consessi si sono attribuiti (in Sardegna 3 all’anno, tanto da rendere economicamente più vantaggiosa la carica di consigliere rispetto a quella di parlamentare nazionale). E ancora i benefit vari (tra cui viaggi gratis, anche da pensionati), i compensi destinati ai Gruppi consiliari ma spartiti fra consiglieri, le indennità di fine incarico (dette di "reinserimento") molto superiori ai contributi versati, e infine gli emolumenti per i cosidetti portaborse. Questi ultimi vangono incassati dai parlamentari o consiglieri, liberi di assumere o meno un segretario effettivo e di contrattualizzarlo o di pagarlo in nero con una piccola parte della somma incassata, giusto per offrire un alto esempio ai cittadini (il pagamento in nero è appunto quello comunemente praticato secondo una inchiesta di Report, rintracciabile nel relativo sito).

Il punto è che la legge originaria nazionale, che stabilisce un tetto ai guadagni, nasceva con i primi meccanismi di elusione della regola, grazie al diverso trattamento fiscale (art. 5 della L. 1261/65). Ai quali nel tempo se ne sono aggiunti molti altri. Privilegi? Certo: ma italianissimi per nascita ed evoluzione. Chi volesse togliersi lo sfizio di ripercorrere il cammino di quelli del Consiglio regionale sardo, a partire dalla legge regionale n. 2 del 1966, può collegarsi al sito della Camera curato dall’Ancitel e digitare opportunamente anno, legge e regione: troverà la lunga serie di modifiche intervenute, sino alle più recenti come l’introduzione di una 15° mensilità nel 2001 (il testo coordinato della norma è allegato alla fine di questo articolo).

Chi volesse invece farsi una idea precisa dei compensi di base in tutti i Consigli regionali italiani (aggiornati al 2009, ma esclusi i compensi accessori che moltiplicano i guadagni reali) può collegarsi al sito Parlamenti regionali, sezione emolumenti. Naturalmente ogni Consiglio regionale ha le sue regole, visto che sono autoassegnate, e questo vale anche per i regimi pensionistici privilegiati (vitalizi): in diversi casi si può percepire la pensione già a 55 anni con una sola legislatura, sempre cumulabile con altre pensioni. Del resto il mandato e i suoi compensi sono compatibili con qualsiasi lavoro e guadagno privato. Il vitalizio merita una sottolineatura: è un istituto di origine nobiliare, a carico della collettività (non è coperto dai contributi versati come le pensioni ordinarie, posto che bastano anche 5 anni di contributi per ottenerlo) e si trova in una specie di Far West istituzionale perchè manca una legge che ne stabilisca le regole, come evidenziato dalla Cassazione.

Chi dice casta dice casa

Dunque, se si parte come fanno Camilleri e Ostellino dalle attitudini comportamentali dell’italiano medio, è difficile additare con tono sprezzante i parlamentari come una casta: non perché non lo siano, ma perché lungi dall’essere un corpo estraneo rappresentano il più alto modello nostrano di corporazione. Cioè hanno fatto quello che l’italiano medio cerca di fare in tutte le situazioni, sfruttando gli spazi e le disponibilità che di volta in volta gli sono concessi. L’Italia infatti è ancora oggi il paese delle corporazioni e degli ordini: persino i giornalisti, caso unico al mondo, ne hanno uno, ma anche lo status corporativo dei notai e quello degli avvocati italiani sono a sé nel panorama mondiale. Non si tratta di folclore, ma di economia e di competitività: ad esempio la più alta densità mondiale di avvocati presente in Italia, rispetto alla popolazione, confligge oggettivamente (al di là degli enunciati deontologici) con la brevità dei processi. La mentalità corporativa è tutt’uno con la diffusa attitudine ad “affiliarsi”, o perlomeno a raccomandarsi e cercare protezione sollecitando una “discriminazione” a proprio favore, secondo comportamenti che la sociologia chiama “ascrittivi” e che sono opposti a quei principi universalistici e cosmopoliti i quali, nelle società avanzate, bilanciano il particolarismo creando un mix efficiente.

Il nostro rapporto fra universalismo e particolarismo, squilibrato a netto favore di quest’ultimo, esprime la forma di doppiezza nazionale, particolarmente pericolosa nello scambio del consenso quando si associa a povertà e bassi livelli di istruzione: è questa infatti la zona grigia dove attecchisce il voto di scambio. Secondo l’esperto di flussi elettorali Franco Padrut, in Sicilia il voto di scambio incide sino al 20 % del risultato, percentuale che in un sondaggio de La Repubblica è stata confermata verbalmente da decine di candidati. In Sardegna non ci sono stime, piuttosto voci periodiche su cosidetti signori delle preferenze capaci di far marciare collaudate truppe personali di grossisti e procacciatori di voti, secondo un know how di antica matrice democristiana, affrontandone gli ingenti ma redditizi costi: una elezione infatti comporterebbe circa un milione di euro di emolumenti nella legislatura, più la pensione ed eventuali altri vantaggi favoriti dalla carica.

Il tema di un “salary cap” ai parlamentari, dettato non solo da motivi etici ma anche politici ed economici, riaffiora periodicamente, così come la riduzione in Sardegna del numero di consiglieri (promessa da entrambi i candidati presidenti nell’ultima tornata elettorale), ma finora si è scontrato con un muro di gomma insonorizzato, a differenza di altri paesi dove esiste la sindrome della “folla col forcone” (vedi i paesi baltici, in cui la pressione popolare nella crisi incombente ha ottenuto rapidi ridimensionamenti dei guadagni parlamentari). In Sardegna per la verità già nel 1992 venne sottoscritta la richiesta popolare di un referendum per la riduzione da 80 a 60 del numero dei consiglieri, ma il referendum non si tenne perchè il Consiglio Regionale presentò una proposta di legge in materia, alla quale ça va sans dire non diede seguito. Il 21 novembre del 1999 poi i sardi votarono in un referendum a favore della riduzione del 40 % dello stipendio dei consiglieri, i quali di nuovo tuttavia ignorarono la volontà popolare. Infine nel 2005 un comitato di cittadini (Il Grifone) ha raccolto parecchie migliaia di firme per una ulteriore proposta di legge volta alla riduzione del 50 % delle indennità dei consiglieri, ancora invano.

La volta buona

Oggi si riparla di autoriduzione a livello nazionale (dopo una prima modesta riduzione del 10% della sola indennità di base con la finanziaria 2006), mentre in Sardegna c’è chi, come il consigliere comunale di Cagliari Paolo Casu, si è candidato dopo aver promesso con tanto di atto notarile la riduzione dei propri emolumenti e la rinuncia a tutti i privilegi, compresi quelli pensionistici. Inoltre, con simpatica ironia nel nome, è nato recentemente il sito www.lavoltabuona.it che propugna un’analoga causa. Poche settimane fa, infine, al Senato è stato presentato il disegno di legge della senatrice Soliani, che abrogando la vecchia legge del 1965 mira a ricondurre i guadagni dei parlamentari italiani entro una media comunitaria, a confermare un trattamento fiscale a quello dei comuni mortali e, pur non eliminando il privilegio del "vitalizio", ne prevede almeno la regolazione per legge.

Forse avremo qualche risultato - incisivo o cosmetico - forse no, ma l’eliminazione delle tante piccole e grandi caste non è possibile se non si accompagna a un cambiamento antropologico dell’idealtipo italiano. Una battaglia che sarebbe del tutto fuorviante collocare a sinistra o destra, e che è sicuramente di lungo periodo: questione di generazioni, tante quante ce ne vogliono per risalire la china nei livelli di istruzione e informazione e per maturare un cambio di mentalità e senso critico. Sempre che si inizi a farlo, cioè che si diventi consapevoli di una complessa strategia volta a invertire i molti fattori che fanno regredire l’Italia nelle classifiche mondiali (istruzione, giustizia, efficienza istituzionale, debolezza del mix produttivo). Fattori tutti accomunati dalle nostre leggi fisiche del consenso: materia e antimateria, le regole insieme alla loro diffusa e connaturata eccezione, di cui appunto lo status dei parlamentari rappresenta l’esempio emblematico.

Nel breve periodo, intanto, un numero crescente di italiani (in base alle cerchie di conoscenze personali e sopratutto alle molte testimonianze rinvenibili su internet), proprio per sfuggire a questa cappa involutiva e poter comunicare da una diversa prospettiva con i connazionali sceglie di vivere all’estero (Berlino, Barcellona …). Difficile dargli torto, dal momento che i segnali sono tutt’altro che incoraggianti: oggi il marketing politico in Italia segue sempre meno i criteri universalistici dei meriti e dei diritti a favore del messaggio commerciale e particolaristico del “Hai vinto un premio”. Ad esempio: non cambiamo le regole urbanistiche, ma ti permettiamo di derogare da esse regalandoti una percentuale di cubatura e metri quadri, così suscitando applausi secondo i sondaggi. Una specie di condono alla rovescia, istituto che nelle sue variopinte forme (edilizio-fiscale-carceraria …) è letteralmente intraducibile nei vocabolari dei paesi anglosassoni e nordeuropei. Anche gli interventi di programmazione e sviluppo spesso seguono la stessa logica, come quando una politica dell’istruzione si basa prevalentemente su premi e agevolazioni piuttosto che, ad esempio, sulla radicale riorganizzazione della corporazione accademica. Tutte cose che si trascinano nel tempo fra polemiche, discussioni e molta aria di casa.

Attachments
Sardegna LR_2_66.pdf Sardegna LR_2_66.pdf
(Sardegna LR_2_66.pdf - 126.78 Kb)
DDL_Indennit_Parlamentari_03-09.pdf DDL_Indennit_Parlamentari_03-09.pdf
(DDL_Indennit_Parlamentari_03-09.pdf - 35.05 Kb)
by Antonello Angius last modified 2009-04-01 19:09

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