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Globalizzazione: riforme obbligate

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di Francesco Pigliaru *

Forse per la prima volta i risultati elettorali italiani dipendono così direttamente da ciò che succede nel mondo, e così poco da ciò che qualche politico crede di poter decidere in qualche stanza chiusa. "It's the global economy, stupid", verrebbe da parafrasare. La Lega lo ha capito da tempo, meglio di tutti, perché nel Nord la globalizzazione si sente molto più che nel resto del paese. La Lega propone soluzioni parziali e pericolose. E il Pd?


global4Almeno su una cosa Giulio Tremonti ha sicuramente ragione: gli effetti della globalizzazione sono fra noi e condizionano molte nostre scelte, comprese quelle elettorali. Globalizzazione significa che merci, soldi, imprese e persone possono spostarsi da una nazione all’altra più facilmente di prima. Lo consentono accordi internazionali sempre più ampi e nuove tecnologie capaci di collegare in tempo reale attività che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza. Oggi persino le radiografie eseguite in un ospedale americano possono essere immediatamente analizzate da un radiologo in India.

Effetti globali

Il processo va avanti a una velocità che nessuno aveva previsto, e porta con sé notizie buone e meno buone. La prima (buona) è che Cina, India e molti altri paesi poveri stanno uscendo dalla povertà più estrema, quella in cui si vive con meno di un dollaro al giorno. Con gli attuali ritmi, entro il 2015 la popolazione mondiale al di sotto di questa soglia potrebbe dimezzarsi rispetto al livello registrato nel 1981.

La seconda notizia ci riguarda più da vicino. E’ in corso una riallocazione dell’attività produttiva semplicemente epocale: alcuni studi prevedono che tra quarant’anni il 50% della produzione manifatturiera sarà localizzata in Asia. A noi tocca adeguarci. L’adeguamento richiesto premia alcuni ma non tutti: fa aumentare profitti e redditi di imprese innovative e di individui istruiti, e sanziona i lavoratori meno qualificati e le imprese dei settori meno innovativi. In tutto il mondo, i governi sono chiamati a gestire attivamente una complessa transizione verso strutture produttive che devono trasformarsi profondamente.

Effetti molto locali

Anche in Italia la globalizzazione sta creando una precisa domanda politica. Con una importante caratteristica: il 70% delle nostre esportazioni sono prodotte nel Nord del paese e solo l’10% nel Sud. Il Nord, molto più del Centro e del Sud, guarda dunque in faccia la globalizzazione e percepisce l’urgenza di adeguare il proprio sistema territoriale alla nuova sfida. E’ una urgenza percepita da tutto il territorio: dai lavoratori, che vogliono poter contrattare i propri salari sulla base della produttività della propria azienda e non su regole nazionali uguali per tutti; dagli imprenditori di successo, che desiderano un settore pubblico capace di fornire servizi e infrastrutture di qualità in tempi rapidi; da chi si sente debole e domanda protezione per la propria attività; dal cittadino medio, che domanda più sicurezza. Nel resto del Paese questi problemi arrivano più filtrati e appaiono meno urgenti. Tutti tranne uno: quello della sicurezza.

La risposta del centro-destra a questa domanda politica differenziata è stata chiara e abile. Del Nord si occupa la Lega, che propone una forma di federalismo fiscale “competitivo”. In questa ipotesi, la “Padania” avrebbe a propria disposizione enormi risorse da investire per adeguare il proprio sistema territoriale alla nuova situazione. Del resto del Paese (Roma inclusa, come si è visto) si occupa il Pdl, con la sua enfasi sul problema della sicurezza dei cittadini e sui rischi di una immigrazione mal governata.

La proposta del centro-destra affronta in modo esplicito problemi che ognuno di noi percepisce, se non altro perché il declino economico italiano è ormai sotto gli occhi (e nelle tasche) di tutti. Il discorso politico del Pd non ha avuto finora questa concretezza. Veltroni ha spesso parlato della necessità di innovare il sistema paese, ma il discorso non convince forse perché è ancora generico sui problemi più sentiti. Per esempio: la Lega propone un federalismo “competitivo” che, promette, sarà la chiave di volta per ridurre drasticamente l’inefficienza del settore pubblico, che è la fonte principale del nostri problemi. Il Pd parla invece di federalismo “solidale”, nel quale si immagina che lo stato centrale continui a svolgere un ruolo cruciale nella redistribuzione di risorse tra le regioni ricche e quelle povere. Ma poi non spiega quali riforme avranno il compito di garantire che gli sprechi del passato siano evitati, e che il settore pubblico non sia più luogo di clientele e di rendite ma di efficienza e di buona amministrazione.

Piuttosto che pensare a tristi “regolamenti di conti” tutti interni al ceto politico, il Pd pensi a irrobustire la propria natura riformista rendendo meno generica la propria proposta per arrestare il declino del Paese. Lo spazio politico c’è tutto. Col passare del tempo sarà sempre più chiaro che quella del centro-destra è una proposta capace di risolvere forse qualche problema del Nord, ma certamente non quelli del sistema Italia.


* Da La Nuova Sardegna, 3 maggio 2008, pp. 1-18

by Francesco Pigliaru last modified 2008-05-16 17:20

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