Gli effetti del presidenzialismo e crisi dei partiti: una prima analisi dei dati
Voti ai Presidenti, ai partiti, ai singoli candidati. Il risultato elettorale non sconvolge tendenze in atto ormai da tempo. La personalizzazione nel voto e le difficoltà dei partiti risultano una costante anche in questa analisi del dato elettorale.
Molte letture dei risultati elettorali fatte in questi giorni (ma, con un po’ di memoria è accaduto lo stesso dopo le elezioni regionali del 2004) sono, oltre che – forzatamente – parziali e anche in parte erronee. In generale, si tendono a comparare i risultati in termini di percentuali delle coalizioni e dei candidati presidente e se ne inferisce un maggiore o minore appeal del candidato o del gruppo dei partiti che lo ha sostenuto. Nel caso di Cappellacci, per esempio, si tende ad affermare che avrebbe preso meno voti della propria coalizione. Si tratta di inferenze fallaci in quanto basate su comparazioni di oggetti e misure diverse, in sostanza la reiterata addizione delle note vecchie pere e mele.
Queste letture conducono poi i loro autori a fare affermazioni perentorie e del tutto speculative su fantomatici “blocchi sociali” che si saldano e scindono all’occorrenza e varie altre forme di sociologismi di cui abbonda l’analisi dei commentatori e dei politici. Analisi che, per inciso, hanno conseguenze importanti (dimissioni di Walter Veltroni).
I dati qui analizzati sono i dati “ballerini” pubblicati da una altrettanto traballante macchina elettorale regionale e vanno considerati nella loro sostanziale provvisorietà.
Non si tratta, ovviamente, di un’analisi esaustiva del voto ma ha lo scopo di porre all’attenzione di chi legge alcune necessarie precisazioni di natura metodologica e di alcuni ragionamenti sul processo in atto. Solo quando sapremo quanti voti hanno preso in termini assoluti i due candidati alla presidenza si potrà fare una seria valutazione politica comparativa. In ogni caso, argomentare che (dati riferiti a 1748 sezioni circoscrizionali su 1812) gli oltre 410 mila voti conseguiti da Soru sono di molto superiori a quelli conseguiti dalla sua coalizione è un errore. Se, infatti costruiamo un indice in cui rapportiamo i voti conseguiti dal candidato presidente e quelli della coalizione sostenitrice, possiamo osservare che sia per il centrodestra che per il centrosinistra si registra una tendenza alla diminuzione dell’indice. Per il centrosinistra, ogni 100 voti ottenuti dal candidato presidente se ne attribuiscono 81 a favore della sua coalizione nel 2004, mentre nel 2009, 76. Per il centrodestra, ogni 100 voti dati al candidato presidente, se ne attribuiscono alla coalizione sostenitrice 96 nel 2004 e 90 nel 2009. Occorre, quindi, tenere ben presente gli effetti indotti a livello regionale dalla trasformazione del modo di espressione del voto col sistema presidenziale. Banalmente, si può osservare che la maggiore focalizzazione delle espressioni di voto sui leader determina, probabilmente, un diminuito interesse nei partiti. Il voto al presidente sta sostituendo, dunque, il vecchio voto di lista (il voto per il partito senza preferenze) e non indica necessariamente una “crisi” dei partiti.

Piuttosto, è forse meglio riflettere sul fatto che, oltre che dalla “semplificazione” indotta dal presidenzialismo, i partiti perdono di sostanza soprattutto allorquando essi cessano di esistere sul piano organizzativo, sono privati di un sistema di regole che tutela i loro componenti e non vengono impiegati come reale strumento di elaborazione politica. Ad esempio, nel caso del centrosinistra, chi ha scritto il programma della coalizione? A nome di chi è stato scritto? Chi ha scelto gli estensori, se non l’Eletto (aspirante tale)?
L’altra questione è legata alle preferenze. Osservando i dati delle circoscrizioni elettorali di Cagliari e di Nuoro e l’andamento in quattro partiti, due appartenenti alla coalizione di centrosinistra e due alla coalizione di centrodestra, costruiamo lo stesso indice presentato in precedenza. In questa provincia il voto di lista appare molto più legato alle preferenze.
Osservando la tabella si può vedere come il rapporto tra voti totali alla lista “presidenziale” e voti con espressione di preferenza mostra (a differenza da quanto viene spesso dichiarato in queste ore) che in provincia di Cagliari nel PD il voto di preferenza si presenta con una proporzione maggiore che nel PDL mentre in provincia di Nuoro ci troviamo nella situazione inversa, anche se le proporzioni sono sostanzialmente simili, differenti e opposti sono invece i casi di UDC e Rifondazione.

All’interno del PD inoltre si osserva che – secondo antiche tradizioni – i candidati di provenienza Margherita hanno cumulato un numero alto di preferenze mentre i candidati di provenienza DS vengono marginalizzati (nel PCI tradizionalmente prevaleva il voto di lista). Il signor Passoni e il suo staff hanno di che riflettere.