Il voto dei lemmings
Le elezioni regionali si avvicinano. Con quale strategia affrontarle? Un’analisi del comportamento elettorale recentemente pubblicata stimola alcune semplici e cruciali domande. Ai lettori le risposte.
Secondo i sondaggi correnti centrosinistra sardo e centrodestra si contenderanno un risultato incerto, all'ultimo voto. Ma c’è una cosa
che vale più di cento sondaggi, ed è l’analisi scientifica del voto appena dato.
Contrariamente a quel che potrebbe sembrare, infatti, con i sondaggi non si
prevede il futuro: si insegue l’umore elettorale, che è cosa diversa. Per
prevedere il futuro bisogna analizzare il motore delle motivazioni da cui sono
mossi i comportamenti dei cittadini, il che si può fare solo partendo dai comportamenti
reali, non dalle fluttuazioni settimanali delle intenzioni di voto. L’associazione
di studi elettorali Itanes ha recentemente pubblicato l’analisi
statistico-sociale delle elezioni dell’aprile 2008 (Il ritorno di Berlusconi, Il Mulino, novembre 2008). E’ il nono
studio elettorale del gruppo di studiosi – noti e meno noti – che ruota attorno a questa sigla (Italian National Elections Studies), con
una radiografia del voto che arriva puntuale, negli stretti tempi tecnici.
Come sempre, e con tecniche d’indagine affinate nel corso degli anni, il corpo elettorale è stato dapprima sezionato e fotografato, poi ne sono state ricostruite motivazioni e tendenze. Al primo genere di esame appartengono le risposte a domande come “Per chi votano i laureati, i disoccupati, le casalinghe?”, mentre al secondo tipo di analisi appartengono le risposte a una domandina semplice semplice: “Perché hanno votato così?”
Dopo aver fornito una sintesi di alcuni punti salienti dell’indagine Itanes, vogliamo provare qui a porre un terzo genere di domande, chiedendo una risposta ai lettori, a cominciare da quelli con le maggiori future responsabilità politico-elettorali: la nostra politica regionale, in particolare lo schieramento di centrosinistra, è in grado di affrontare la prossima sfida elettorale con una strategia mirata sulle reali tendenze di voto e i bisogni che queste esprimono – dunque una strategia direttamente orientata al risultato elettorale – o è prigioniera di obiettivi interni che per loro natura non possono mirare in modo prioritario al successo di schieramento, essendo viceversa prioritari equilibri di forza interni, leadership partitiche e vicende personali o partitico-personali?
La elezioni dello scorso aprile hanno prodotto come sappiamo un terremoto strutturale, che non è certo il ritorno di Berlusconi, difficile da qualificare come una novità! Al di là del titolo di copertina, lo studio Itanes comincia infatti col richiamare la scomparsa repentina di 11 partiti dal Parlamento: erano 19 quelli con candidati eletti alla Camera nelle elezioni del 2006, sono rimasti 8 nel 2008. Inoltre, “uno dei fili, quello rosso, che hanno caratterizzato il Novecento delle ideologie italiane è stato apparentemente reciso”, con la scomparsa della Sinistra Arcobaleno. Va ricordato anche che alla Camera in termini assoluti il PDL ha perso 127 mila voti rispetto al 2006, mentre la Lega è letteralmente raddoppiata superando i 3 milioni di voti. Il PD, anche se ha perso le elezioni, è cresciuto di 162 mila voti, e l’IDV ha quasi raddoppiato i consensi con 1 milione e 600 mila voti. I pesi di forza delle alleanze, così come determinate dalle strategie prescelte, hanno prodotto uno scarto di ben 4 milioni e 300 mila voti a favore del centrodestra alla Camera e di 2 milioni e 990 mila voti al Senato.
Identikit del voto
Ciò premesso l’indagine Itanes, con 31 mila contatti e 3 mila interviste rappresentative, ha permesso di ricostruire un identikit puntuale degli elettori. Ci sono partiti che accrescono il loro consenso man mano che scende il livello di istruzione dell’elettore, e ce ne sono altri che incrementano le percentuali di voto quando il titolo di studio sale. Fra i primi abbiamo il PDL di Berlusconi e la Lega. Fra i secondi ci sono il PD e l’IDV. In mezzo c’è l’UDC, che concentra il proprio elettorato (per quote relative) fra i diplomati e le persone con la licenza media. Il Popolo della Libertà attrae quasi la metà delle persone senza titolo di studio o con la sola licenza elementare (48,9%) rispetto al 28,9% dei laureati. Il Partito Democratico invece attinge i consensi di una percentuale di laureati (36,0) che è più alta rispetto a quella di chi ha al massimo la licenza elementare (33,8). Il partito con il maggiore scarto relativo è tuttavia l’Italia dei Valori, che richiama l’8,6% di tutti gli elettori laureati rispetto all’1,6 % di quelli con istruzione elementare.
Dal metro dell’istruzione passiamo a quello dell’età. Col crescere della classe di età incrementano i voti sia il PD che il PDL, ma il PDL fa l’en plein fra gli ultra-settantacinquenni (54,2% dei votanti di questa classe). L’IDV concentra invece il voto fra i giovani (6,1% della classe 18-24 anni, 8,5% della classe 25-34 anni). La Lega e l’UDC infine hanno una distribuzione del voto relativamente equilibrata fra le diverse età.
I due metri finora usati, istruzione ed età, se combinati possono già dire parecchio sulla capacità di penetrazione dei messaggi e circa i media usati dai diversi partiti: molta televisione per il PDL, un po’ tutti i media per il PD, molti contatti diretti per la Lega, molto internet per l’IDV.
Andiamo ora alla condizione lavorativa: i disoccupati continuano a credere soprattutto nel centrodestra, col PDL che da solo raccoglie il 49,3% dei voti delle persone in tale condizione, rispetto al 26,9% del PD e al 7,5% dell’IDV. Le casalinghe erano da tempo appannaggio di Forza Italia e il nuovo PDL ne dà piena conferma raccogliendo il 49,9% dei consensi di tale categoria, rispetto al 22,9% del PD e ad appena l’1,9% dell’IDV. Il PD ha recuperato consensi fra gli operai rispetto alle precedenti elezioni, riacquisendone la maggiore percentuale relativa (36,4 rispetto al 33,9 del PDL), ma nel complesso è sempre il centrodestra ad assorbire la maggiore quota di consenso operaio (44,8% di PDL e Lega contro il 38,8 di PD e IDV).
E le donne? Riconfermano il loro orientamento prevalente a destra. Solo le studentesse privilegiano il centrosinistra (38%, rispetto al 31% di centrodestra), mentre con tutte le altre condizioni professionali (occupate, casalinghe, pensionate) prevale l’alleanza PDL-Lega.
I motori del cambiamento elettorale
Fin qui la stratificazione sociale. Le elezioni del 2008 sono state tuttavia caratterizzate da un fenomeno peculiare che richiederebbe riflessioni politiche conseguenti: l’astensionismo. Ovviamente il voto non può dire nulla sull’astensionismo se non farne risaltare la crescita quantitativa, che è stata di 3,1 punti, uno dei più alti incrementi della storia elettorale. Solo un’indagine come quella in esame può dire qualcosa di più: e ci dice che il fenomeno dell’assenteismo è esploso proprio nel centrosinistra, nelle cui fila è passato dal 5,8% al 13,9%. Anche il centrodestra ne ha risentito, ma in misura minore. Inoltre, se riprendiamo il metro dell’istruzione, il più grosso aumento di astenuti dal voto, con circa 6 punti percentuali, si ha fra i laureati. Dunque non solo l’astensionismo è in crescita, ma è anche consapevole e lucido. Fra le motivazioni fornite infatti, a parte le cause di forza maggiore, primeggiano la protesta verso i partiti e la sfiducia circa l’efficacia del voto. Contemporaneamente risulta pressochè dimezzata, rispetto alle elezioni precedenti, la quota di astenuti che adducono generici motivi di disinteresse e incertezza.
Anche il dato sull’incertezza che poi confluisce nel voto è interessante: il 76,5% degli elettori di centrodestra ha deciso “molto prima” delle elezioni, contro il 68% di quelli del centrosinistra. Per converso quest’ultimo ha la più alta incidenza di decisioni prese la settimana precedente il voto (16,9% rispetto al 12,2 del centrodestra) o “qualche settimana prima” (15,1% rispetto all’11,3% del centrodestra).
Un fenomeno di grande rilievo nella storia italiana, che trova conferma nella analisi del voto 2008 e va almeno citato, è la “fine della questione cattolica”: gli aspetti della fede e della morale cattolica non hanno più rilevanza significativa nelle scelte di schieramento, trovandosi distribuiti e rappresentati in tutte le formazioni partitiche.
Nella carta di identità delle ultime elezioni, alla voce segni particolari bisogna aggiungere, oltre al nuovo astensionismo, la percepita “omologazione della politica”. Il 47% dei votanti che individua un problema prioritario da risolvere, non ritiene che uno dei due schieramenti nazionali sia attrezzato più dell’altro per affrontarlo. Una controprova la si ha nella richiesta di commentare la frase: “Che governi la destra o la sinistra le cose non cambiano”. Ebbene, il 52% ritiene che sia vero o “abbastanza vero”, mentre il 42% respinge almeno in parte la frase. L’indagine inoltre rileva come l’elettorato abbia percepito una notevole sovrapponibilità dei programmi dei due schieramenti nei temi socio-economici (le differenze sono state percepite più che altro sui temi etico-sociali).
Elezioni intelligenti, stupide o suicide?
Questa dunque l’analisi Itanes in alcuni dei suoi contenuti salienti. Ora,
cosa si fa con questi dati? Si avviano tavole rotonde fra politologi? O si può
ragionare su una strategia elettorale conseguente? Ciò che l’analisi suggerisce
pare abbastanza semplice: il centrosinistra dovrebbe anzitutto convincere la sua
platea e quella di confine, cosa niente affatto scontata, esibendo un programma
elettorale chiaro, ben distinguibile da quello del centrodestra e credibile.
Chiaro, distinguibile e credibile sono di questi tempi aggettivi molto impegnativi. Soprattutto il terzo implica infatti molto di più di un impegno retorico e di comunicazione preelettorale, dal momento che nessuna vera riforma è stata fatta, su scala nazionale e regionale, per dare un nuovo volto, meno di casta, alla classe degli eletti (ricordiamo che il Parlamento italiano gode fra le più basse percentuali di fiducia dei cittadini in Europa, attorno al 36% secondo Eurobarometro, e non c’è alcun motivo per pensare che il nostro Consiglio regionale sia più popolare). Ci vorrebbe quindi un bello sforzo per essere convincenti e invertire la tendenza attuale che porta al voto per esclusione, semplicemente per punire l’ultimo turno di governo, con l’elettorato “che premia l’opposizione in qualsiasi forma si presenti” come affermano gli analisti di Itanes.
Come andrebbe strutturato questo sforzo in una campagna elettorale pianificata per vincere, alla luce dell’analisi del voto reale?
Ma prima ancora, il centrosinistra sardo è in grado di porsi questa domanda, o ce ne sono altre più ristrette, interne e totalizzanti, da cortile della politica regionale, che lo impediscono?