La sindrome dello specchio rotto
L’Italia della politica rifiuta di specchiarsi negli indicatori di declino e scarsa competitività del paese riportati dalla stampa estera. Una questione che tocca anche la Sardegna, dove i dati sono in parte peggiori. I nodi e le prospettive prossime venture.
Quando il comunicato Eurostat delllo scorso 17 dicembre che attestava il superamento della Spagna sull'Italia nel PIL pro capite è stato ripreso dalla stampa internazionale, il Governo non ha resistito alla tentazione di rompere lo specchio, rigettando i valori Eurostat basati sulla parità di potere d’acquisto a favore di quelli (più favorevoli all’Italia) del Fondo monetario internazionale, nonostante l’Eurostat sia il sistema statistico ufficiale europeo a cui partecipano gli enti nazionali di statistica (sul tema si veda anche l'articolo di Adriana Di Liberto).
L’episodio potrebbe essere archiviato come un sorta di incidente diplomatico-statistico dettato dall’orgoglio nazionale ferito, se non fosse che quello di buttare lo specchio è uno sport nazionale. Che tocca anche il mondo dell’informazione: gli articoli del New York Times e del Times sul declino dell’Italia, usciti lo scorso dicembre, sono stati infatti citati dalla stampa con brevi richiami, a dir poco riduttivi verso l’analisi del NYT, ricca di riferimenti a studi e ricerche. Così, ad esempio, anziché parlare dell’indagine dell’università di Cambridge coordinata dall'economista Luisa Corrado (citata dal NYT), secondo cui la popolazione italiana è quella meno felice e con la minore fiducia sociale entro l'Europa dei 15, i giornali hanno semplicemente scritto (e le tv hanno detto) che l’Italia sarebbe, per il NYT, un paese depresso. Il vasto contenuto dell’articolo è stato ridotto al titolo o poco più (“In uno stato di depressione l’Italia canta un’aria di delusione”) e sullo stesso livello si sono poste alcune repliche estemporanee e un po’ guascone (Prodi: “Io non mi sento depresso”).
Il NYT e il Times in realtà hanno evidenziato i quattro principali nodi che frenano oggi il paese, considerandoli all’origine di un diffuso sentimento di sfiducia sociale rilevato da indagini e non giornalisticamente asserito:
- la politica italiana è inefficiente e si è progressivamente scomposta fra le polemiche urlate di schieramenti che si delegittimano, con una prassi distante dall’ordinario gioco delle alternanze democratiche;
- la nostra crescita economica è lenta rispetto ai paesi europei più dinamici ed è fortemente diseguale sia in termini geografici che sociali;
- il crimine organizzato è una componente cronica e rilevante dell’economia e della società italiana;
- l’identità nazionale degli italiani è più debole di quella degli altri paesi europei.
Su tali problematiche sono stati prodotti dati e argomenti. E’ un fatto, ha scritto il Times, che in Spagna la politica è stata capace di dare un'efficienza alla rete stradale e ferroviaria che gli italiani possono solo sognare. Gli investimenti esteri in Italia, ha ricordato il NYT, nonostante i bassi salari sono stati molto ridotti, a causa della burocrazia e di regole non chiare: gli USA ad esempio hanno investito in Spagna il triplo che da noi. Altri dati citati sono il debito pubblico italiano (il sesto più alto del mondo col 106 % del PIL), la povertà in crescita (11% delle famiglie) e il costo della classe politica italiana da primato mondiale.
E' significativo, ha scritto il NYT, che in una nazione che legge poco risultino fra i più grandi successi editoriali un libro che elenca i privilegi della classe politica (La casta, di Rizzo/Stella) e uno che svela il potere della malavita organizzata compenetrato con la politica (Gomorra, di Roberto Saviano). Da questi libri gli italiani hanno appreso che la loro Presidenza della Repubblica spende 4 volte Buckingam Palace, che il loro Parlamento costa più di quelli francese e inglese messi insieme e che la malavita rappresenta il settore economico più rilevante del Sud.
Siamo inoltre anagraficamente vecchi, col minor numero di giovani sotto i 15 anni in Europa, mentre la famiglia italiana si avvita su se stessa ospitando il 70 % dei figli adulti fra i 20 e 30 anni. Oltre all’aspetto quantitativo c’è quello qualitativo: molte delle maggiori intelligenze lasciano l'Italia, come accadeva ai poveri un secolo fa. Persino i tradizionali punti di forza sono in crisi: le piccole e medie imprese, spina dorsale di un paese basato sulle aziende familiari, oggi lottano nell'economia globalizzata e sono spiazzate dalla Cina. Anno dopo anno, l'Italia perde posizioni nell’Human Development Index, l’indice delle Nazioni Unite basato su aspettative di vita, livelli di istruzione e reddito pro capite: nella graduatoria 2007 siamo arretrati in 20a posizione, sette posti sotto la Spagna.
Certo vi sono anche i punti di forza: visto dall’esterno il nostro paese ha un sistema sanitario fondato più che altrove sull'equità sociale, possiede industrie di eccellenza (Fincantieri, Fiat) e i giovani imprenditori che nel Sud rifiutano di pagare il pizzo danno un importante segno di cambiamento. Ma restano troppi i segnali di declino e l’Italia non può più ricorrere alla svalutazione della lira come in passato per risolvere i propri problemi di competitività.
Il deficit misurato di fiducia sociale
Fin qui lo specchio della stampa estera: se non lo si butta via è più facile trovare conferme che smentite. Sul nodo politico parlano i fatti: in termini di gestione economica molto di ciò che è stato toccato dalla politica italiana è rimasto infetto ed è marcito: la compagnia aerea di bandiera deve ora abbassare la bandiera e mettersi nelle mani (estere) di chi sa gestire un’azienda senza riempirla di raccomandati e di cointeressenze politico-sindacali creando voragini di debiti a carico dei cittadini. La gestione dei rifiuti in Campania è la fotografia, anzi il lungo film, di un governo della spesa pubblica devastante, politicamente e socialmente parassitario, in cui la diffusione delle responsabilità ha determinato e determina impunità. Perchè la Campania è la punta esplosiva e grottesca di un iceberg nazionale: i costi gonfiati, le consulenze entro cerchie politiche, i favori e le rendite sociali e occupazionali sono diffusi ovunque nella politica italiana da nord a sud.
Alla inefficienza del sistema si è accompagnato, come ormai ampiamente noto, il massimo privilegio economico-pensionistico delle affollate élites parlamentari nazionali e regionali. Come stupirsi allora se nella ricerca dell’università di Cambridge solo il 36 % dei cittadini italiani giudica il proprio Parlamento degno di fiducia, contro il 64% dei danesi? Il tema della fiducia sociale ha assunto un rilievo centrale nella recente letteratura sociologica ed economica, a partire dal famoso studio dello statunitense Robert Putnam (Making democracy work, che nell’edizione italiana divenne “La tradizione civica nelle regioni italiane”, pubblicato 15 anni fa). Dopo aver misurato il rendimento istituzionale delle nostre Regioni Putnam trovò una forte correlazione tra questo e il capitale sociale presente nei territori, definibile come la fiducia reciproca fra i cittadini, e fra questi e le istituzioni, che si “capitalizza” nel tempo quando i sistemi politici ed economici locali richiedono sistematiche forme di partecipazione e cooperazione (da cui la maggiore presenza di capitale sociale nelle regioni del Centro-nord, in cui prevalse sin dal medioevo il “repubblicanesimo” delle amministrazioni comunali partecipate dai cittadini, rispetto alle regioni di tradizione feudale del Sud).
Oggi il capitale sociale viene misurato da rilevazioni ufficiali della Commissione Europea: nell’ultima indagine del servizio Eurobarometro (del 2004, con 25mila interviste in 25 paesi) sono emersi dati pessimi per l’Italia, assai poco pubblicizzati. Un valore per tutti, quello del “livello di fiducia generale”: solo il 21 % degli italiani ritiene di poter riporre apertamente fiducia nei propri compatrioti, rispetto al 76% di “fiduciosi” della Danimarca (primo posto), seguita da Svezia, Finlandia, Olanda e (a grande distanza) dagli altri paesi, sino al 18° posto del nostro (su 25). Se il capitale sociale è specificamente correlabile al benessere economico, la felicità dei cittadini non è invece associabile al PIL, ma è oggi ugualmente oggetto di studi e rilevazioni in quanto obiettivo politico (anche costituzionale negli USA). Richard Layard, economista inglese, ha mostrato come solo il 6 % delle variazioni nelle condizioni di felicità individuale possa essere spiegato con episodi personali, mentre il 40 % è spiegabile con attitudini psicologiche e ben il 54% non è spiegabile dai fattori precedenti. Ebbene, la citata ricerca sulla felicità condotta dall’università di Cambridge evidenzia che la scarsa capacità di governo (rilevata con gli indicatori della banca mondiale) e la scarsa felicità dei cittadini vanno di pari passo (cioè hanno un alto indice di correlazione), relegando Italia, Grecia e Portogallo agli ultimi posti in Europa.
Simili studi consentono di aggiungere connotazioni quantitative agli effetti di una anomalia italiana che è balzata agli occhi della stampa estera: la polarizzazione parossistica dei due principali schieramenti politici, che va oltre la tradizionale dialettica bipolare e il gioco delle alternanze di governo, spingendo alla crisi di fiducia sociale. Con uno stile di linguaggio e di comunicazione reso sistematico se non proprio creato da Berlusconi (“il più grande piazzista italiano” secondo il conservatore Indro Montanelli), il centro-sinistra è stato artatamente estremizzato nella sua immagine politica e le sue fasi di governo tendenzialmente delegittimate, fra l’altro, con la costante richiesta di dimissioni ed elezioni anticipate. Nelle analisi politiche estere, inoltre, è stato più volte richiamato il caso davvero unico del primo partito di un paese occidentale guidato dal cittadino più ricco, in concomitante assenza di una normativa efficace (richiesta e non ancora ottenuta dalla UE) sul conflitto di interessi e sulla concorrenza nel settore della comunicazione, entro cui si sono sviluppate le attività aziendali dello stesso leader (Berlusconi) sulla base di concessioni pubbliche.
Immagini sarde allo specchio
Dallo specchio rotto nazionale possiamo recuperare immagini specifiche della Sardegna. Se parliamo di estremizzazione e delegittimazione degli schieramenti politici, anche nella nostra regione la richiesta della opposizione alla maggioranza non è tanto quella di governare bene nel corso del mandato assegnato, quanto quella di dimissioni e di fine anticipata della legislatura. Se parliamo di inefficienza della politica l’avvento del governatorato ha consentito almeno un parziale mutamento di rotta: sono state varate riforme strategiche (anche di portata storica quale il piano paesaggistico, pur alle prese con l'esame del TAR) fondate su complessi provvedimenti normativi, oltre a nuovi programmi di settore (piano sanitario, gestione dei rifiuti). Stenta invece a partire (a un anno e mezzo dalla fine della legislatura) una diversa e cruciale tipologia di riforme strategiche, quella basata su progettualità socio-economiche e su leadership gestionali a capo di organizzazioni attuative complesse: è il caso di un piano straordinario per l'istruzione, di una politica di agenzia per la promozione di impresa, di un sistema regionale di incentivi con indicatori di risultato dichiarati, di un piano contro lo spopolamento dei territori interni. Riguardo l'istruzione, in cui l’isola è ultima fra gli ultimi (l’Italia è fra i peggiori paesi Ocse), i due articoli di Marco Pitzalis pubblicati su questo sito (1; 2) hanno evidenziato un perdurante spreco di risorse in materia di dispersione scolastica, affiancato dalla illusione di una improbabile 'governance' del settore (quella emergente dalle mere proposte dei portatori di interesse) senza il 'government' di un piano strutturato dagli obiettivi verificabili.
Se parliamo poi di invecchiamento della popolazione, in Sardegna abbiamo il record negativo nazionale del numero di figli per donna (si vedano gli articoli di Anna Oppo e di Matteo Bellinzas su questo sito).
Quanto infine alla dotazione di capitale sociale e alla felicità, nel noto studio di Putnam (1993) la Sardegna risultava sotto la media italiana (al tredicesimo posto fra le regioni) nel livello di capitale sociale e addirittura ultima (insieme alla Calabria) nella soddisfazione dei cittadini riguardo la propria vita quotidiana. Nel recente aggiornamento del lavoro di Putnam effettuato con metodologie parzialmente diverse da Roberto Cartocci (Mappe del tesoro, Atlante del capitale sociale in Italia, Il Mulino 2007) la Sardegna è risalita al decimo posto nell’indice finale del capitale sociale (su tale tema torneremo in questo sito), confermando comunque una collocazione a metà strada fra il Centro-nord (prima è l’Emilia Romagna) e il Sud.
Film già visti e nuove sceneggiature
A fronte di questi nodi nazionali e regionali, oggi, non vi sono ancora un “progetto paese” né un “progetto regione” fondati su una base comune -- anche minima purchè solida -- fra gli opposti schieramenti politici. In Irlanda negli anni '90 la sfida della competitività partì con un patto fra maggioranza e opposizione: chiunque fosse andato al governo avrebbe rispettato alcune direttrici, ad esempio, in materia di tassazione delle imprese manifatturiere (peraltro ai limiti, e anche oltre, della normativa europea). Su tali direttrici venne impostato quello che poi si rivelò uno straordinario recupero su tutti i fattori di svantaggio: istruzione, reddito, investimenti. Un tale accordo bipartisan venne persino usato come strumento di marketing territoriale per attrarre imprenditori, garantendo loro convenienze certe nel tempo. Da noi non esiste una simile visione strategica nè la conseguente progettualità: nè prima ancora il collante di base che consenta agli schieramenti di concordare una strategia di fondo e una competizione normale al posto della continua delegittimazione di facciata, dietro la quale peraltro vi è un meschino collante "da buvette", quello sui comuni privilegi di élite politica, che richiede ai cittadini un pesantissimo aggio spacciato come "costo della democrazia" (il più alto tra i paesi occidentali).
Come sarà il finale di questa legislatura in Sardegna? Quella passata era una commedia sardo-italiana di piccoli e grandi affari condotta da registi che talora arruolavano nella troupe anche amici e parenti, come nei circhi di campagna dove il clown panciuto è cugino del domatore di pulci. Ma dopo quella disastrosa stagione (per l’esplosione del debito finanziario regionale e l’improduttività politica) in Sardegna a molti non è rimasto che il fronte del "meno peggio", ove pur in assenza di un progetto strategico compiuto si ritrovino almeno antidoti e paletti rispetto al passato.
Dunque c’è il rischio di andare incontro, con il prossimo ciclo elettorale regionale del 2009, al vecchio filmino che segue ai provini di uno stuolo di candidati con la solita pattuglia intercambiabile di mediatori di voti e ricompense, alla ricerca di un posto nella casta locale, qua e là puntellata da una stampa di parrocchia e di periferia. Lo specchio del NYT ha dato grande risalto alla novità politica, su scala nazionale, del movimento di Beppe Grillo: uno sfiatatoio per la diffusa insoddisfazione dei cittadini, soprattutto per quelli disposti ad auto-organizzarsi con iniziative ed eventuali liste civiche locali. Capaci forse, insieme ad altre forze, di spingere verso una trasformazione antropologica coattiva del politico italiano: in favore di un impegno di più alto tenore morale (senza pregiudicati eletti), con meno "addetti", meno soldi in carriera, meno grossisti di voti ma più conoscenze di policy, più capacità di gestire o far gestire la cosa pubblica sotto le garanzie di una valutazione pubblica dei risultati.
Le tensioni al cambiamento ci sono, quelle alla conservazione delle anomalie sardo-italiane pure. I veri pronostici sono naturalmente quelli dell’azione politica concreta: meglio se coadiuvata da specchi indipendenti di analisi e comunicazione.
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