Orgosolo, periferia del mondo globalizzato
Dalla pastorizia al turismo, come sta cambiando un paese simbolo
Dietro l'assassinio di Marotto il racket delle estorsioni? Disoccupazione, emarginazione giovanile e forme di criminalità urbana in una realtà sociale che è ormai ben oltre gli antichi codici.
Ferro dipinto con vernice verde scuro, un blocco compatto
di metallo blindato, come all’ingresso di un bunker. Così è fatta la porta del
vecchio municipio. Il palazzo è brutto, una costruzione anni cinquanta in
anonimo stile geometrile. E’ chiuso,
perché ora sindaco e impiegati stanno in un altro posto: bello, nuovo,
lucido di marmi e di cristalli, giù dove comincia la vallata di Galanoli che
scende verso Nuoro. Sbarrata, la porta, e crivellata di fori di proiettili.
Allo stesso modo sono stati martoriati i muri, gli avvolgibili abbassati delle
finestre, in un’immagine di guerra. Intatti, invece, i murales: “Fascisti carogne tornate nelle
fogne”, “Pascoli, non cannoni”, la bandiera dei Quattro Mori, il ritratto di
Emilio Lussu incoronato da un fumetto che ricorda ciò che il padre storico dell’autonomismo sardo disse nel luglio del 1969, quando a Pratotobello
l’esercito italiano voleva occupare le terre per farci una sua base: “Arbitrio
inammissibile, provocazione coloniale degna di Mussolini”. Sulla stessa parete
che accoglie i colori e le parole d’una stagione passata, a un metro e mezzo a
destra del volto di Lussu c’è la lega contorta d’una saracinesca divelta. E’
quella del garage del municipio, completamente distrutto da un incendio, le pareti
annerite, l’odore del fumo ancora forte. Un uomo spiega: “E’ successo stanotte.
Hanno rubato una macchina per farci le solite corse a tutta velocità, qui in
corso Repubblica, nel cuore del paese, a poche decine di metri dal punto dove
hanno ucciso Peppino Marotto. Forse erano ubriachi. Con l’auto hanno sfondato
la saracinesca e poi hanno appiccato il fuoco”. Ma chi? “Ragazzi”, risponde
l’uomo, negli occhi e nella voce condanna, ma rassegnata. Ragazzi. Una traccia?
Per capire Orgosolo bisogna capire chi sono i suoi ventenni?
Un riflesso deformato
Ancora una volta sotto i riflettori dei media, Orgosolo
non ama l’immagine che quelle luci mostrano. La considera un riflesso
deformato, falso. Con chiunque si parli, in paese, questa è una delle prime
cose che ti senti dire. L’argomentazione è più o meno questa: gli inviati dei
giornali e delle televisioni sono arrivati dopo che, il 29 dicembre scorso,
Peppino Marotto è stato assassinato e dopo che, a distanza di appena sei
giorni, due fratelli, Egidio e Salvatore Mattana, su uno dei quali la polizia
indagava dopo la morte di Marotto, hanno fatto la stessa fine. Ma ad Orgosolo i giornalisti non sono venuti
perché sono morte tre persone, una delle
quali in qualche modo conosciuta fuori dei confini dell’isola. I reporter qui
si sono precipitati perché Orgosolo è il paese simbolo del banditismo, il paese
delle faide, il paese dove ancora si immagina si possa trovare una Sardegna
fiera e selvaggia, capace di passioni e di sentimenti forti. Un mondo arcaico,
un universo altro, una realtà distante, quella dei romanzi di Grazia Deledda,
dei film di De Seta, dei racconti di Salvatore Niffoi.
Vero? Forse per alcuni giornalisti, non per tutti. Certo è che ad Orgosolo per cercare il pittoresco fascino etnico d’una terra diversa non vengono solo reporter. Arrivano anche, ogni estate, centoventimila turisti. E’ la nuova frontiera di questo paese di 4.494 abitanti, vissuto, sino a ieri, quasi solo di pastorizia. Sono nati alberghi, ristoranti, bed &breakfast, scuole di equitazione e associazioni di trekking. Tutti uniti in un unico consorzio. Le agenzie vendono bene il tour in Barbagia: per un giorno via dai villaggi di casette a schiera che hanno devastato le coste per immergersi nella Sardegna dei banditi. Uno di loro, Graziano Mesina, fa da guida per le strade e per i boschi una volta rifugio di sequestratori e di assassini. Lontanissimi i tempi dell’incontro clandestino, durante una delle tante latitanze, tra Mesina e Gian Giacomo Feltrinelli. Secondo il paradigma terzomondista, in Grazianeddu l’editore milanese vedeva il possibile leader di un movimento politico che innestasse marxismo e comunismo sull’antico tronco della cultura comunitaria dei pastori, resistente ai processi di omologazione capitalistica. Mesina rispose che il suo mestiere era un altro, e tutto finì lì. Ma la Barbagia di quegli anni era davvero un laboratorio politico interessante. Era ancora terra di faide e di sequestri di persona, però anche della mobilitazione contro le basi militari, della rivendicazione di una scuola che non fosse solo imposizione violenta di modelli estranei alla realtà delle comunità pastorali, della nascita della grande industria petrolchimica ad Ottana, dell’incontro tra la cultura del movimento operaio e il comunitarismo premoderno dei villaggi del Supramonte. Era la Barbagia di Marotto. Custode sino alla fine, Peppino, nei suoi modi discreti e tenacissimi, della memoria di quella stagione. Tanto lontani però, oggi, quei tempi, che un paio d’anni fa qualcuno, ad Orgosolo, propose di aprire un museo del banditismo: un’attrattiva turistica in più. Il progetto è rimasto sulla carta, ma il solo fatto che si sia potuto pensare di poterlo realizzare, significa che ogni valenza antagonistica della figura del bandito e dell’universo di valori che la esprimeva è del tutto estinta. Così come hanno perso ogni capacità di orientamento pratico le secolari leggi non scritte del mondo pastorale, quelle analizzate da un filosofo del diritto, Antonio Pigliaru, in un libro del 1959, “Il codice della vendetta barbaricina”, più citato che letto. La Sardegna studiata in quel saggio non esiste più. E ogni tentativo di richiamare in vita quel mondo per spiegare ciò che accade oggi è una mistificazione, un imbroglio. I primi a saperlo sono gli orgolesi.
Ma qual è allora la verità di Orgosolo, che cosa spiega l’assassinio di un uomo come Peppino Marotto? Che cos’è diventato il paese della rivolta di Pratobello?
Secondo le indagini di polizia, dietro la morte del sindacalista poeta e dei fratelli Mattana ci sarebbe un giro di estorsioni, il taglieggiamento di commercianti, di piccoli imprenditori turistici, di pastori e persino di pensionati, com’era Marotto. Un racket dei poveri, ma racket vero, organizzazione criminale che spara e uccide per imporre la propria legge. Si spiegherebbero così, insieme con gli ultimi delitti, altri quattro omicidi, compiuti dal 1997 ad oggi e rimasti sinora senza colpevoli.
Guardare, dritto negli occhi, i ventenni
Se chiedi, per i vicoli di Orgosolo, che cosa ne pensano della piega che hanno preso le indagini, alzano le spalle per dire che sì, potrebbe essere, ma anche no. Il sindaco Francesco Meloni, l’assessore alle politiche sociali Francesco Manca e l’assessore alla cultura Luisa Muravera preferiscono stare ai numeri, e capisci che, anche loro, ti stanno dando una traccia. Sono i numeri della disoccupazione giovanile, che qui è altissima, e quelli del livello di scolarità, basso, dei ragazzi di Orgosolo: dei 499 maschi iscritti all’ufficio di collocamento, 131 hanno la licenza elementare, 307 quella media, 42 la maturità e solo 3 la laurea. Va un po’ meglio con le ragazze, tra le quali, ad esempio, le laureate sono 19. “Qui da noi - dice Meloni - c’è una situazione di fortissimo disagio giovanile, che ha motivi economici e sociali”. Alla sera i giovani disoccupati di Orgosolo li vedi in corso Repubblica, nei bar. L’alcolismo è un problema serio. Una forma di devianza, ti dicono psicologi e assistenti sociali; com’è devianza anche la violenza diffusa, quella del branco dei maschi giovanissimi, a volte minorenni, che girano armati di pistola e sparano ai lampioni o sfondano con un’auto rubata la saracinesca del garage del vecchio municipio dando tutto alle fiamme.
E allora sì, per capire Orgosolo, oggi, bisogna guardare, dritto negli occhi, i suoi ventenni. Che sono vittime e qualche volta possono diventare carnefici. Sono vittime dell’emarginazione economica e sociale. Vite che si trascinano nell’attesa di chi sa che cosa, in un paese che è periferia d’una periferia, isola in un’isola. Vite senza un futuro. Vite che nell’atto violento di trasgressione, nell’alcol, nella calibro 7,65 esibita alla cintura per strada e nei bar provano a darsi un senso. Quando va bene. Perché può anche andare peggio. Può succedere che alcune di queste vite siano risucchiate nel buco nero della malavita organizzata.
Che cosa ha a che fare tutto questo con la specificità etnica e antropologica della Barbagia? Niente. Succede lo stesso nelle periferie di Cagliari, ma anche di Londra. Orgosolo è un paese che reagisce, dove la gente, che ha gusto per il lavoro che apre strade nuove, sa fare scommesse difficili: lasciano la pastorizia, provano con il turismo. C’è persino un gruppo di ragazze che si è inventato un “Festival della scienza”, quest’anno alla terza edizione. Ed è un paese amministrato bene, con un alto livello di civiltà nei rapporti tra le persone, con un forte senso della comunità. E’ il paese di Peppino Marotto. Ma per quanto gli orgolesi facciano, i ritardi storici restano. E il mondo gira in un verso che non aiuta a recuperarli. Chi dice che l’avvento dei mercati globalizzati crea nuove opportunità per le realtà periferiche, venga qui, in un bar di corso Repubblica, e si faccia una birra con uno dei ragazzi di Orgosolo.
Il cimitero, accanto alla chiesa romanica di San Pietro, scende a gradoni ripidi lungo un costone a strapiombo sulla vallata di Galanoli. Vai giù per un tappeto d’erba che avanza verso il vuoto. Ci sono le tombe del bandito Tandeddu, dei morti di faida, il passato insieme ai lutti recenti, i fiori sulla lapide di Peppino Marotto. Quando esci, noti che il campanile di San Pietro ha due curiosi orologi: uno che guarda a ovest con un quadrante a cifre romane che segna sempre le 12 e 03, e un altro che guarda a sud con un quadrante a numeri arabi fermo sulle 7 e 27. Su un muro, una scritta: “Orgosolo caput mundi”, firmata Tony e Simone, due ragazzi.
* Pubblicato anche da il manifesto, 24 Gennaio 2008.