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Proposte per una conclusione “apocalittica”

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Siamo nel 1968, quaranta anni fa. Antonio Pigliaru scrive le conclusioni dell’indagine su “i condizionamenti sociologici nello sviluppo delle zone interne”, commissionato dal Centro Regionale di Programmazione nel quadro dello studio dei piani agricoli delle cinque zone interne della Sardegna.

 

La pastorizia, si dice; ma si dicono anche queste altre cose, che pur occorre tener presente e cioè:

  1. che la pastorizia regge perché alcuni “alcuni fattori dei costi non vengono calcolati” (“al servo pastore nonichnusa vengono pagate ferie, domeniche, straordinari, egli vien utilizzato per lavori agricoli o artigianali ecc.; inoltre il pastore ha pochissime spese: non paga affitto di casa, gas, elettricità, non spende per il suo tempo libero. Se tutte queste cose venissero considerate secondo precisi calcoli, ci accorgeremmo che al pastore non resterebbe un gran che del reddito del suo capitale e del suo lavoro: per questi contratti di lavoro non esiste infatti una parte normativa che regoli ferie, straordinari, eccetera”);
  2. che oggi la situazione è favorevole alla pastorizia sia per l’erogazione di contributi regionali, sia per la condizione di crisi dell’agricoltura (frantumazione dei fondi e inesistenza del capitale agrario) “e solo per questo”: i pastori dovrebbero “attraverso forme operative (…) costituire aziende di loro proprietà sufficientemente grandi ad indirizzo agro-pastorale. Però ciò è solo un’idea irrealizzabile. Anzittutto, le forme associate nascono nella terra ad alto reddito, quindi è già da escludere l’interno delle regioni, ma soprattutto nascono nelle zone dove vi è un notevole “sviluppo culturale”, concetto ripetuto e ribadito spesso, da molti osservatori (interni ed esterni) ed occorre tenerlo presente come limite al discorso sulla tendenza dei pastori all’associazionismo;
  3. che oggi i pascoli tendono intanto a salire di prezzo perché “il bestiame soprattutto ovino è in quantità superiore alle capacità dei pascoli di poter sfamare milioni ci capi”: e che “Inoltre in questa situazione, e per motivi politici, non possiamo certo dire che la legge sull’equo canone possa rappresentare una soluzione al problema degli affitti” (cosicchè “la pastorizia è in crisi, sia per ciò che riguarda i mercati di vendita, sia per ciò che riguarda il suo adeguamento tecnologico e la tradizione dei suoi metodi di sfruttamento del bestiame”);
  4. che pertanto, e in ogni modo, “la pastorizia è destinata a scomparire anche nella Sardegna interna, perché in quelle zone non è possibile organizzare aziende tecnologicamente sviluppate” (“le macchine in montagna possono essere usate marginalmente, quindi torniamo al problema del costo”).

E dunque? Neanche nella Sardegna “interna” il mondo finisce con “noi pastori”: ma il destino del “noi pastori”, la condizione e la contraddizione dei pastori può costituire la base per una proposta di “conclusione apocalittica” che potrebbe essere la seguente ed è comunque da tener presente: in Sardegna l’avvento della civiltà dei consumi e la conseguente diffusione dell’economia monetarizzata, è soltanto servita a creare un tipo di borghesia appunto da zona depressa: borghesia che appartiene per la stragrande maggioranza (assoluta diremmo) al settore terziario dei servizi, amministrativi e burocratici, e cioè una borghesia con scarse o nulle attitudini ad esperienze imprenditoriali, vuoi nel campo agricolo che in quello industriale e naturalmente in quello terziario del commercio.

Questo tipo di borghesia ha assunto i modelli culturali della borghesia più progredita di oltremare (continentale) che si riassumono nella vistosità del consumo dei beni ed in una problematica che non ha niente a che fare con la Sardegna.

stradaLa parte proletaria della popolazione che ha obbedito agli stessi richiami della civiltà dei consumi è naturalmente emigrata.

Se è vero che esiste soltanto la borghesia cui abbiamo accennato, è difficile dire come sia possibile pensare a qualsiasi Piano di Rinascita: che ha trovato il nome di “Rinascita” sembra incorso infatti in un lapsus da psicopatologia della vita quotidiana, se è vero che inventando quel nome inconsciamente lasciava trasparire la propria convinzione che il piano sarebbe fallito. Infatti: rinascita di quale precedente stato di benessere venuto meno? E dove stanno le forze imprenditoriali operative per una trasformazione delle zone interne sarde? E come quindi reagire positivamente il fattore umano di base?

Il “fallimento” non è la fisionomia tradizionale della Sardegna come avevamo creduto in un primo tempo (il “codice della vendetta” forse appartiene di più a tale fisionomia tradizionale). Il fallimento non è altro che la conseguenza storica di un tipo di politica borghese, attuata in un’isola in cui, contrariamente ad altre regioni italiane (vedi Toscana, Emilia, Piemonte, Lombardia ecc. ecc.) la proprietà privata non è nata come rivendicazione sociale di una borghesia imprenditoriale, ma come un atto di governo, un vero e proprio atto di imposizione su una popolazione assolutamente impreparata a riceverla. La famiglia al tempo degli ademprivii possedeva e svolgeva una vera e propria funzione sociale e comunitaria: era l’economia stessa che imponeva a ciascuna famiglia (nella suddivisione periodica della terra) di partecipare attivamente ad una vita comunitaria, la quale proprio da questa partecipazione poteva aspettarsi la garanzia della propria associazione.

Allora l’ugualitarismo (la affermazione) aveva un significato positivo all’interno di una comunità che doveva collettivamente amministrare i propri beni anch’essi comuni.

Ma, abolita la comunanza dei beni, e proposta una proprietà privata non adeguata alle esigenze che la avevano fatta nascere altrove, (o quella cioè di una produzione di mercato), ecco che la proprietà privata continua qui a servire per gli stessi fini per cui serviva prima la comunanza dei beni: per la semplice sussistenza. Solo che l’ugualitarismo non è più un metro per un’equa periodica distribuzione delle terre, ma diventa (proprio a causa dell’inviolabilità della proprietà privata), la sola rivendicazione che può salvaguardare appunto l’economia di sussistenza, anche se, rispetto all’economia di mercato, tale rivendicazione porta ad un progressivo impoverimento dell’agricoltura sarda.

Se ancora oggi esiste in tutta la Sardegna, in quella interna in modo particolare, una fortissima resistenza a qualsiasi tentativo di accorpamento della proprietà (mentre d’altra parte sono necessarie dimensioni ottimali della proprietà, per sperare che essa possa diventare economica), ciò avviene perché continua a prevalere fra la popolazione sarda, agricola o pastorale, il criterio dell’economia di sussistenza. Prevale di fatto, come esperienza quotidiana, anche se quella stessa popolazione, premuta dall’economia monetarizzata, dalla civiltà dei consumi, vede che la sussistenza non può più provenirle dalla terra, e quindi ha coscienza che gli strumenti finora si è servita non sono più sufficienti. Le risposte sono unanimi: sì, il frazionamento è un gran male, ma nessuno vuole disfarsi del proprio pezzetto di terra. Perché? Perché al criterio dell’economia di sussistenza, non è subentrato alcun criterio di economia imprenditoriale di mercato.

L’ideale è ancora quello vecchio, che può essere soddisfatto, quando localmente le condizioni non permettano altrimenti, con l’emigrazione, e con la ricerca di posti nel settore terziario dei servizi, insomma con quelle soluzioni che garantiscono il familismo e la sussistenza. Sono risposte quelle che dà la popolazione più che conseguenti. Quando non è possibile l’emigrazione (per l’età o per altre ragioni) la risposta è altrettanto conseguente: esasperazione dell’economia di sussistenza con richieste disperate di una azione di aiuti da parte delle autorità regionali e statali elargiti a titolo gratuito.

L’economia di sussistenza in un’economia di mercato ha due possibilità:

  •  in un’area industrializzata l’economia di sussistenza viene garantita al proletariato dall’industria (capitalistica) e viene garantita con una certa elasticità e dinamismo. I sindacati, pur agendo nel sistema capitalistico, sono lì per migliorare le condizioni di tale sussistenza;
  • in un’area sottosviluppata l’economia di sussistenza viene perseguita autonomamente delle singole persone. Praticamente rispetto all’area industrializzata, dove abbiamo una classe dirigente numericamente esigua rispetto ad una assoluta maggioranza di subordinati, l’area sottosviluppata sarda mostra una stragrande maggioranza di piccolissimi imprenditori, e una mancanza quasi assoluta di subordinati. Di qui la assoluta coerenza dei sardi nel rifiutare le forme associative (oltre i termini che abbiamo già indicati). Ciò che vogliamo aggiungere subito, perché ci sembra molto importante sottolinearlo è che esiste una fortissima correlazione fra questa fisionomia sociale e la fisionomia delle scelte politiche. In altri termini, le scelte politiche tendono ad obbedire alla (e quindi ad essere determinate dalla) fisionomia sociale anzidetta, con la conseguenza che esse confermano tale fisionomia, non la trasformano. Lo stesso fenomeno del clientelismo è una verifica di tali ragioni politiche. In altri termini, e finora ci sembra di averlo implicitamente o esplicitamente sottolineato: la soluzione, anche sociologica, sta a monte e non a valle della situazione sarda, e, più che probabilmente, più a monte della stessa situazione sarda, e forse nazionale.


In Sardegna, (e soprattutto nella cosiddetta Sardegna interna), più che una crisi di forze disponibili (potenzialmente) ad una trasformazione (forze di base, quelle con cui noi abbiamo fatto l’inchiesta), c’è una crisi di forze intellettuali culturalmente preparate a trovare la linea operativa di tale trasformazione.

E secondo noi non sono più sufficienti (e lo saranno sempre meno), gli studi che la Regione potrà fare, più o meno approfonditi, se tali studi non si porranno anzittutto il grosso problema della Sardegna inserita in una economia di mercato, la quale obbedisca ad una ideologia consumistica. Se, cioè, questi studi non prevedono che qualsiasi iniziativa di trasformazione deve innanzitutto (alle condizioni date) garantire la via dell’accumulazione capitalistica. Senza questa garanzia, ogni trasformazione non può che essere destinata al fallimento, anche se ad essa collaborassero unanimemente tutti i sardi con tutta la loro buona volontà.

La carenza umana si ha quindi ad un certo livello culturale e politico, ad un livello di élite non di base, e proprio a livello delle responsabilità reali. Di fatto si può dire questo: le inchieste sociologiche hanno un valore se coinvolgono tutti i livelli della realtà che si vuol conoscere (se si pongono cioè come inchieste macrosociologiche); non hanno alcun valore (anzi diventano diversivi reazionari) quando isolano un settore della realtà di fronte alla quale ci si trova, diventando cioè ricerche settoriali (o microsociologiche).

by gs last modified 2008-01-29 13:55

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