Sa Die: Globalizzazione, identità e disvalori
In Sardegna non si è realizzata l’affermazione dell’identità come supporto virtuoso alla modernizzazione. Viceversa l’enfasi posta sulla supposta “costante resistenziale” e sulla mitizzata purezza etnica rischiano di produrre disvalori, che contrastano con lo spirito di una celebrazione istituzionale povera di popolo.
Anche quest’anno – a quanto si
può leggere nel sito della Regione – Sa Die de Sa Sardegna, una festa senza
popolo, avrà – con la modica spesa di 53.330 euro - il suo seguito di manifestazioni, ancorché in
tono minore rispetto agli anni che ne videro l’istituzione – nel 1993- con la
motivazione che i popoli e le comunità hanno bisogno di simboli in cui
riconoscere la connotazione identitaria.
Era un segno dei tempi: la reazione ai processi di omologazione che
accompagnano la globalizzazione ha riportato prepotentemente alla ribalta le
culture locali conducendo alla scoperta di “radici comuni” e simboli dell’ identità.
In alcune realtà essa è entrata in
conflitto con la modernizzazione, in altre ne ha rappresentato il supporto e la
tradizione ha saputo combinarsi in un gioco virtuoso favorevole alla
modernizzazione.
Ethnos immaginato e disunione
Perché questo – c’è da chiedersi
- non è avvenuto in Sardegna? Quanto vi
ha influito quella consapevole
zza storica dell’isolamento e del distacco, che è
qualcosa di molto diverso da quella vaga malinconia dell’Insel-spleen dei
neozelandesi, degli inglesi, degli scozzesi e dei corsi? E quanto l’insularità “forza permanente e decisiva
del passato sardo” come ha scritto il grande storico francese Braudel? E, ancora,
il dominio della montagna e della vita pastorale, la persistenza della
civiltà del villaggio, l’assenza storica
di città e di polarità di poteri e istituzioni e la mancata costituzione
di una vita regionale unitaria ed omogenea?
Un dato, quest’ultimo, che ha conferito alla realtà sarda una
particolarissima connotazione storico-politica che Lussu avvertiva nitidamente:
“La disunione è la nostra prima impronta. Noi siamo tutti malamente
individualisti, con tutti i guai che l’individualismo comporta”.
Di qui
l’irriducibilità della nostra tradizione culturale alla modernità. Basterà
evocare la diffusa nostalgia per un passato mitico ( the world we have lost) ,
un mondo che si immagina privo di conflitti di classe, all’insegna della pace e
della solidarietà comunitaria: quello ad esempio dell’agricoltura comunitaria e
del regime di proprietà collettiva delle terre – nemico di ogni sviluppo –
cancellato dall’Editto delle Chiudende. O, ancora, quel senso di frustrazione,
di orgoglio risentito nei confronti degli “altri” che spinge ad immaginare un
passato di grandezza e di libertà, identificato, per lo più nel periodo
giudicale e in occasionali vampate ribellistiche come quella, appunto, che portò alla cosiddetta “cacciata dei
piemontesi” ( da cui è nata Sa Die). Senza dimenticare il mito di una presunta
autoctonia, di un ethnos incontaminato, di una “costante resistenziale” che la
società e la cultura sarda avrebbero opposto agli influssi e alle
contaminazioni che venivano dal di là del mare con i Fenici, i Cartaginesi, i
Romani, i Pisani e i Genovesi, i catalano-aragonesi eccetera eccetera.
Mitizzazione e realtà
Il fatto è che la metafora della grotta di Polifemo non regge alla realtà dei fatti. Se si facesse uno studio mirato della frequenza e della distribuzione dei cognomi a partire dal XVI-XVII secolo, periodo in cui hanno cominciato a diffondersi in forma stabile in tutti gli strati sociali, si arriverebbe a risultati sorprendenti sulle interazioni tra processi culturali, demografici e biologici che hanno caratterizzato la storia e l’evoluzione dei sardi.
C’è in Sardegna un mosaico di etnie, di culture, di dialetti, di modi di sentire e di produrre che appartengono alla grande tradizione del Mediterraneo. Basta ricordare le colonie di tabarkini e di liguri che ripopolarono Carloforte nella prima metà del Settecento, ai corsi della Maddalena e di Santa Teresa di Gallura, ai liguri di Cala d’Oliva, nell’isola dell’Asinara, alla gente di mare che da Ponza e da altre isole del Tirreno arrivò a Golfo Aranci e a Tavolara. Un capitale di storia, di lingue e di culture che potrebbe entrare – nel mondo di oggi - in un circuito di virtuoso di accostamenti e di scambi . Niente è più pericoloso di una declinazione negativa dell’identità , del ricercarla in passato di supposta purezza etnica, in simboli ad alto indice di emotività che dividono piuttosto che aggregare , che servono a definire i nemici ( “i colonizzatori”, i “piemontesi” ) a ostacolare l’integrazione e a produrre disvalori (balentia etc.).
* Immagine: Foiso Fois La rivoluzione di Giovanni Maria Angioj, 1957-58. Da www.sardegnacultura.it
Realizzare cosa?
La vera autonomia
A me preme invece affermare che non ci può essere emancipazione e progresso per la Sardegna senza un percorso identitario, moderno e condiviso, di Popolo, senza l’affermazione della Nazione sarda. La tanto disprezzata lingua dei nostri padri, venuti meno i complessi di inferiorità va portata a scuola insieme alla nostra Storia. Senza mitizzazioni.
In sardo si può benissimo concepire la modernità, come in ogni altra lingua libera di evolversi.
Recentemente ho potuto apprendere che i sardi sudditi di re spagnoli avevano rappresentanti che tutelavano gli interessi dell’Isola meglio, decisamente meglio di quanto non si faccia oggi che pure siamo cittadini.
L’affermazione “un isola qualunque non può prosperare ove non si governi da sé”,di Tuveri,oggi, alla luce dell’esperienza dell’autonomia fasulla,costruita in negazione dell’identità, va intesa nel senso di una vera e propria indipendenza. Chi non vede e non sente questo, forse ha gli occhi bassi e non è in ascolto. I rilievi mossi da Eugenia Tognotti, in parte condivisi da Francesco Pigliaru, mi pare siano datati. Non tengono conto che sempre più numerosi i giovani apprendono le lingue, escono, tornano coscienti di dover coltivare la propria identità di sardi liberi. Basta conoscere i giovani di IRS per capire che è in atto un cambiamento vero.
miti e interpretazioni
Questa contraddizione si supera, secondo me, se si ammette che nonostante il mito della "costante resistenziale" il popolo sardo, come molti altri popoli, in diverse fasi della sua storia e' stato aperto a genti, idee e modelli provenienti dall'esterno, integrandoli, assimilandoli e facendoli propri. Il periodo giudicale e' un buon esempio di questo processo: i sardi rielaborarono le istituzioni bizantine attingendo da esperienze locali specifiche e trovando soluzioni nuove e funzionali alle proprie esigenze. Questa elaborazione a livello locale di spunti esterni produsse istituzioni avanzate per l'epoca: se e' vero che il principio di costituzionalità del governo regale era presente in nuce nella famosa dichiarazione di Arbroath dei nobili scozzesi nel XIV secolo, non e' forse forzato dire che questo principio era presente nel modo in cui la Corona de Logu vincolava il regno del Giudice. Il popolo sardo, come altri popoli, riusci' ad esprimere una cultura specifica che non era certo isolata e impermeabile alle influenze dall'esterno, ma che aveva tutti i caratteri di una civilizzazione specifica e propria.
L'istituzione de Sa Die de sa Sardigna era servita a ricordare qualcosa di simile: nel periodo rivoluzionario in Sardegna si formulavano progetti e riforme che attingevano dal dibattito e dall'esperienza rivoluzionaria europea cercando di declinarle e assimilarle secondo le esigenze e le esperienze della Sardegna. L'"isolamento e distacco" a cui l'autrice si riferisce, se c'è stato, e' iniziato certamente con la dura repressione (vedi le ricerce del Francioni) che segui' a questo periodo rivoluzionario sardo.
La contraddizione tra "consapevolezza del distacco" e "Sardegna mosaico di etnie" si supera dunque se si riconosce che se "isolamento e distacco" c'è stato, esso e' un prodotto storico e non certo un destino o una "costante" e, per esempio, riconoscendo il semplice fatto che le persone appartenenti a quel "mosaico di etnie e culture" oggi si riconoscono come sardi e algheresi, sardi e tabarkini, ecc. L'autrice di questo articolo invece sembra dare atto che ogni tentativo di definire una cultura e una storia sarda e' intrinsecamente negativo e regressivo, una chiusura e un isolamento.L'autrice sembra addirittura suggerire, forse prendendo spunto dal quel Lussu citato, che l'unica via alla salvezza e la "modernità" per i sardi passa attraverso la rinuncia dei sardi ad ogni aspirazione a volersi definire popolo con una sua cultura (poliforme e dalle molte sfaccettature, come ogni altra cultura).
Lussu non è vangelo
Convincersi che la nostra tradizione culturale sia irriducibile alla modernità è sbagliato, soprattutto sulla base dell’analisi di Lussu (“La disunione è la nostra prima impronta. Noi siamo tutti malamente individualisti, con tutti i guai che l’individualismo comporta”). Prendere ad esempio Lussu,l’impersonificazione dell’incapacità politica, mi sembra perciò paradossale. Il fatto che siamo disuniti e individualisti non ci deve impedire di cercare l’unione nell’interesse dell’Isola e dei nostri figli. In realtà il distacco e la disunione sono fenomeni in gran misura indotti dall’esterno con il divide et impera.
Bona Die de sa Sardigna a totus
L’unica purezza che mi pare di intravedere è quella ideologica sottesa alle posizioni dell’autrice dell’articolo, puntuali e un po’ di malaugurio, ad ogni Die de sa Sardigna.
L’unico rischio presente che si corre è quello di genocidio culturale. A iniziare dal rischio di scomparsa che corre la nostra lingua. Il gallurese, il sassarese, il catalano, il tabarchino mi pare ne corrano di meno.
Se in Sardegna non si è ancora realizzata l’affermazione dell’identità come supporto alla modernizzazione, sarebbe ora di impegnarsi per realizzarla. I Sardi prima che italiani ed europei, si sentono sardi.
E’ poi inutile soffermarsi troppo sull’enfasi di chi afferma l'esistenza di una “costante resistenziale sarda” e dimenticare i più che, invece, vogliono solo esistere come sardi liberi(costante esistenziale sarda).
Questo per far capire che si può coltivare la propria identità senza per questo ricercare purezze di alcun tipo. Non vedo proprio il pericolo di balcanizzazione in Sardegna. Al contrario vedo ancora troppi sardi che rinunciano a se stessi.