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If I were a woman...

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di Alessandro Politi

Cosa può essere fatto per la pace dall'interno di Israele, e in particolare cosa potrebbero fare le donne? L'autore dell'articolo, analista strategico, se lo chiede commentando gli interventi della cantante Noa e del regista Udi Aloni sugli avvenimenti di Gaza


isr1Sono rimasto colpito dalla lettera che la cantante Noa ha scritto ai suoi amici in Gaza e dalla risposta del regista Udi Aloni in una lettera aperta. Penso, però, che queste lettere non siano abbastanza.

Se io fossi una donna in Israele, lotterei per migliorare la democrazia di cui siamo così orgogliosi con una proposta basata su tre azioni:

  1. Portare al 30% la percentuale di donne in Parlamento e nel governo (non solo negli organi di partito);

  2. Bandire i partiti religiosi;

  3. Escludere i generali dalla vita politica.

Partiamo dall’ultimo punto. La presenza di generali nella vita politica e il predominio delle logiche militari in politica è semplicemente malsano. Perché di fronte alla parola “sicurezza” (e sicurezza assoluta, di cui parlerò in seguito), la politica deve ammutolire e scattare sull’attenti. Questo è un suicidio, politico e sociale, e non mi rallegra il fatto che sia un suicidio lento. La Prussia ha seguito la stessa strada e due errori sono, e rimangono, due errori.

Generali e politica

Tutto è iniziato nel 1956 quando (dopo la guerra  del 1948, l’unica volta dove combattemmo per sopravvivere) si è deciso di unirsi nell’aggressione coloniale di due potenze come Francia e Regno Unito, pseudovincitrici della Seconda Guerra Mondiale, contro l’Egitto. È diventata una costante  con la gloriosa guerra del 1967, una guerra preventiva, decisa contro la più saggia valutazione dell’allora Primo Ministro Levi Eskhol, scatenata dalla pressione dei generali, che portò a Israele le disgraziate gioie dell’occupazione.

L’ultima guerra in Libano e l’invasione di Gaza di questi giorni sono nipoti di questo militarismo, che si accompagna da secoli ad una promessa impossibile da mantenere, soprattutto per le piccole nazioni.

Quando sento parlare di sicurezza assoluta solo sotto il profilo militare,  vedo troppe persone che stanno mentendo  a se stesse e ai loro concittadini: sia gli imperi che le piccole nazioni arrivano infine ad una frontiera, e devono accordarsi, perché la forza da sola non è sufficiente a raggiungere la sicurezza. Le persone che parlano di sicurezza assoluta sono perfetti guerrafondai, un pericolo per il proprio paese e per i paesi vicini.

I partiti religiosi

Bandire i partiti religiosi. Questo è essenziale per una democrazia che possa definirsi ragionevole per la semplice ragione che l’ambito della politica, il suo regno, è quello della relatività (e l’essenza della politica sta nella relazione e nella conseguente interazione) mentre il regno di dio è l’assoluto.

Rimango sorpreso quando sento tanti dei nostri amici lodare la nostra democrazia: il modo in cui i partiti religiosi tengono in ostaggio la politica è molto simile a  quello che accade Iran.

Non inganniamoci guardando alle differenze (noi non impicchiamo, noi abbiamo la libertà di stampa etc): stiamo attenti all’influenza così visibile nei territori colonizzati, dove la vita di un infedele non ha valore, e nella diffusa forma mentis per la quale le nostre colonie sono la terra dataci da Dio.Come italiana, riesco a vedere con chiarezza la differenza tra i partiti Shas, israeliano, l’italiana DC e il turco AKP.

In Italia, durante la guerra fredda, il partito della DC,  si ispirava sì ai valori cristiani, ma non era radiocontrollato dal Vaticano né aveva preti nella segreteria. Era un partito realmente laico, in un paese in cui vigeva una costituzione laica.

Il fatto che il Regno Unito non abbia una costituzione e che abbia un sovrano al contempo capo supremo della chiesa anglicana è una reliquia del passato, non necessariamente un esempio da imitare.

E come italiana, sono molto scontenta (per esser diplomatici) che la Chiesa cattolica affermi che intromettersi in politica sia legittimo: la mediocrità e l’avidità di meschini potereidi preti e politicanti a Roma è molto simile a quella che vedo a Tel Aviv; rappresenta il tradimento delle loro missioni e visioni.

Più donne in politica

Donne in politica. Non è una semplice questione di genere: è una questione di grande strategia, del futuro di un paese, di un continente.  All’opposto rispetto alla cultura economica e politica maschile, limitata al breve termine, le donne pianificano privilegiando la visione del medio-lungo periodo. Oggigiorno la combinazione tra qualità dell’innovazione, benessere sociale e performance economica non può essere separata dal grado di potere che le donne hanno raggiunto nella società.

Il semplice confronto tra Finlandia, Polonia, Italia, Libia, Nigeria e Arabia Saudita dice molto sul ruolo strategico delle donne (che io chiamo W-strats - Women strategics).

E Israele, dov’è? Non ripetete il continuo, logoro confronto con vicini. Chiediamoci, piuttosto, siamo felici di ciò che siamo? Ci sono esempi che dovremmo seguire? Undici donne ministro dal 1948 non è un gran record. Nessuna donna ministro della Difesa o delle Finanze, nessuna donna a capo di una commissione per la Sicurezza o per gli Affari Esteri, è una vergogna. È vero, non siamo i soli, ma molti errori non fanno una ragione.

Uno degli elementi critici della W-strats riguarda la capacità delle donne di concepire, strutturare e realizzare un modello alternativo di esercizio del potere e in economia. Sino ad ora, per essere onesti, si vede una maggiore presenza nell’esercizio del potere in copia conforme rispetto ai colleghi uomini, senza nessuna seria sfida alle tradizionali visioni del maschile e femminile. Dunque sussistono barriere culturali e non biologiche (Golda Meir è un ottimo esempio nel genere).

Sessant’anni di guerre, controguerriglie, antiterrorismo e operazioni d’assassinio segreto hanno ottenuto miseri risultati in termini di sicurezza se per un paio di prigionieri in Libano e alcuni morti nel sud di Israele pensiamo di organizzare imponenti operazioni militari, commettere crimini di guerra e tollerare un far west nei territori occupati.

Anche il più fedele sostenitore del Likud sa che, anche indebolendo le capacità di guerriglia e di azioni terroristiche dei palestinesi, l’attuale corso politico è incapace di ridurne l’intenzione terroristica.

Onorevole Livni, io spero che lei faccia la vera differenza, invece di imitare logiche e virtù dei militari o delle spie. Osservi ciò che hanno fatto gli Italiani in Alto Adige (nel Sud Tirolo) negli anni ’60.

Abbiamo affrontato un simile  terrorismo nazionalista, ma abbiamo risolto questo conflitto in tre anni, con un accordo di pace realizzato dall’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro. Nessuno, né gli Inglesi, né gli Spagnoli, Turchi o Russi, hanno fatto così velocemente e in maniera così duratura.

Per favore, non dica che il Sud Tirolo era più facile della Palestina, perché sarebbe un ragionamento sbagliato. Gli Italiani hanno fatto i loro errori durante il Fascismo, ma non hanno perseverato con l’arrivo della democrazia. Se anche noi avessimo continuato a commettere quegli errori , come hanno fatto altri paesi, anche l’Italia avrebbe sperimentato gli stessi tragici problemi.

Tre anni contro sessanta: è un argomento che costringe a considerare l’alternativa ad una politica omicida e suicida.

Shalom, Salaam



by Alessandro Politi last modified 2009-01-15 18:30

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