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Una scuola tutta da rifare. O da disfare

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di Rosamaria Maggio

Il Piano Programmatico sulla scuola elaborato dal Governo rivela una idea di scuola pubblica minimalista e classista. In questo articolo,  Rosamaria Maggio propone una lettura molto critica e dettagliata degli interventi previsti dal Decreto 112 e attuati dalla legge 133/08.


scuola5Il Piano Programmatico elaborato in attuazione del Decreto 112 convertito nella L.133/08, sembra racchiudere l’idea dirompente che questo Governo ha della scuola della Repubblica. Lungi dall’essere un documento generico e inconsistente, risulta essere invece rappresentativo di una idea di scuola pubblica minimalista e classista. Il documento analizzato in tutte le sue componenti appare illogico, pedagogicamente e didatticamente fantasioso, politicamente ed economicamente inadeguato, tecnicamente discutibile. Ciò nondimeno è verosimilmente condiviso da un vasto consesso.

Appare stigmatizzabile sotto il profilo della illogicità, perché non dimostra come meno tempo scuola, classi più numerose, insegnanti tuttologi, possano migliorare la qualità dell’istruzione. Sotto il profilo didattico e pedagogico perché non è supportato da alcun riferimento scientificamente valido. Sotto il profilo di una politica scolastica ed economica efficace, perchè non vi è alcuna dimostrazione che questi provvedimenti produrranno miglioramento della qualità della istruzione e perché le economie di spesa realizzate porteranno la riduzione del debito pubblico a scapito di un grave disinvestimento in uno dei settori portanti della prospettiva di crescita economica di un paese.

Lo stesso Quaderno Bianco a suo tempo da noi esaminato criticamente, faceva una analisi puntuale dei costi dell’istruzione e pur ritenendo di doverne abbattere alcuni (come, ad esempio, attraverso la riduzione del personale) esaminava questa prospettiva proponendo una ipotesi prototipale che proiettava la riduzione nel tempo, legandola all’incremento demografico. Sotto il profilo tecnico giuridico perché  inserendosi nel procedimento di riforma in atto, è un atto amministrativo che segue un Decreto Legge convertito , precede i Regolamenti ministeriali preannunciati in materia riservata si alla legislazione primaria dello Stato dall’art.117 della Costituzione, ma non come legislazione d’urgenza. Di fatto una riforma della scuola viene introdotta con decretazione d’urgenza, all’interno di un provvedimento di natura economico finanziaria.

Tre sono le aree di intervento previste:

1) La revisione degli ordinamenti scolastici;

2) La riorganizzazione della rete scolastica;

3) La razionalizzazione nell’utilizzo delle risorse umane.

La revisione degli ordinamenti scolastici

Il primo intervento viene realizzato attraverso l’attuazione della l.137 /08 con la reintroduzione del maestro unico nella scuola primaria, la revisione dei piani di studio, la reintroduzione degli anticipi anche nella scuola dell’infanzia, coordinando i recenti interventi sul primo ciclo di istruzione e la riforma del secondo ciclo di cui alla l.53/03 , la legge 40/07 di riassetto degli Istituti tecnici e professionali  ed il DL 137/08.Tale revisione verrà realizzata con l’emanazione di Regolamenti ai sensi dell’art.64 della finanziaria e di appositi D.M.. Si prevede una “essenzializzazione” dei piani di studio della scuola dell’infanzia e del primo ciclo.Tale “essenzializzazione” avverrà attraverso una revisione del piano orario di queste scuole.

La scuola dell’infanzia avrà un orario obbligatorio anche solamente nella fascia antimeridiana, impiegando una sola unità docente. Con le conseguenti economie di spesa potrà essere consentita l’estensione del servizio.

La scuola primaria avrà un orario obbligatorio di 24 ore e la reintroduzione del maestro unico. L’amministrazione ritiene che questo modello didattico e organizzativo sia più funzionale all’innalzamento degli obiettivi di apprendimento, favorisca l’unitarietà dell’insegnamento, il rapporto docente allievo e i rapporti con le famiglie. Sostiene che tra i sei ed i sedici anni si avverta il bisogno di una figura di riferimento. Quali siano i riferimenti scientifici ed esperenziali ai quali si ispira l’amministrazione, non è dato sapere.

Colpisce la diversa impostazione contenuta nei programmi dell’85 con particolare riferimento alla programmazione didattica ove si dice testualmente:” La programmazione didattica ha un valore determinante per il processo innovativo che, con i programmi, si deve realizzare nella scuola elementare. Spetta ai docenti, collegialmente ed individualmente, di effettuare con ragionevoli previsioni la programmazione didattica, stabilendo le modalità concrete per mezzo delle quali conseguire le mete fissate dal programma e la scansione più opportuna di esse, tenuto conto dell’ampliamento delle opportunità formative offerte dal curricolo, sia con l’inserimento di nuove attività, sia con la valorizzazione degli insegnamenti tradizionali. La programmazione, nel quadro della prescrittività delle mete indicate dal programma, delineerà i percorsi e le procedure più idonee per lo svolgimento dell’insegnamento, tenendo comunque conto che i risultati debbono essere equivalenti qualunque sia l’itinerario metodologico scelto.

La programmazione didattica deve essere assunta e realizzata dagli insegnanti anche come sintesi progettuale e valutativa del proprio operato.”
Di fatto la reintroduzione del maestro unico scardina la programmazione didattica collegiale. Viceversa i programmi dell’85, valorizzavano la programmazione didattica nella sua collegialità e l’importanza di una formazione maggiormente specialistica dei docenti.

Quest’ultima è ormai necessaria per affrontare la complessità dell’insegnamento in una società complessa, non più di analfabeti figli di analfabeti, ma di studenti più informati, più capaci di usare strumenti tecnologici di cui però non conoscono il funzionamento. Gli insegnanti hanno sempre il compito di aiutare gli studenti a sistematizzare  il sapere, ma con in più la necessità di dominare ed insegnare a dominare i nuovi strumenti di comunicazione.

Il processo di apprendimento insegnamento, afferma M.Orsi, sarà più efficace e la scuola di migliore qualità se i docenti sapranno prendere decisioni assieme, condividere le risorse, essere un gruppo di ricerca che progetta 1.

Una autorevole voce dell’amministrazione2, M.Dutto, dichiara di voler contrastare il senso comune imperante secondo il quale sembra che le nostre scuole siano senza speranze. Egli sostiene invece che proprio osservando le scuole ci siano motivi di ambizione e definisce condizioni favorevoli la media di studenti per classe e il rapporto docenti alunni. Sostiene infatti che la media delle nostre classi  è inferiore alla media OCSE ma questo significa  avere un contesto più favorevole all’interazione con i docenti, più ricco di scambi di esperienze, più ragionevole in termini di inclusione. Facendo riferimento ai dati del Quaderno Bianco (n. allievi per classe in Italia nella scuola primaria = 19),  spiega che nel caso italiano rendono ragione, in questa fascia d’età, dei buoni risultati ottenuti.

Il Piano prevede poi due opzioni possibili: una di un modulo di 27 ore come previsto  dal decreto leg.59/04 o ed una di 30 ore ,anche con la reintroduzione del maestro prevalente, solo in presenza di risorse disponibili  realizzate con le economie di spesa e di docenti disponibili in quella scuola. Nel ciclo secondario di primo grado  il modulo orario sarà di 29 ore e nelle superiori di 30 nei licei e di 32 negli istituti tecnici e professionali.

La riorganizzazione della rete scolastica

La seconda area di intervento riguarderà la riorganizzazione della rete scolastica, attraverso la verifica delle situazioni in atto che sarebbero, secondo il piano, in gran parte in violazione dei parametri fissati dalla l.233/98.

Il Piano ricorda che il dimensionamento rientra nelle competenze delle Regioni e delle Autonomie locali ai sensi dell’art.112/98, sulla base dei parametri e dei criteri per il dimensionamento e per l’individuazione dei punti di erogazione definiti con Regolamento dal MIUR. Pertanto, in attesa del regolamento, l’Amministrazione offrirà alle autonomie locali la collaborazione per dimensionare la rete scolastica.

L’utilizzo delle risorse umane

La terza area di intervento riguarda  l’utilizzo delle risorse umane. Il Piano prevede che tale obiettivo si raggiunga stabilendo nuovi criteri per la determinazione e distribuzione dell’organico e la ridefinizione dei criteri per la formazione delle classi.

Verrà innalzato il rapporto alunni/docenti dell’1% e del numero alunni per classe dello 0,20 % nel 2009/10 e dello 0,10 % nei due anni successivi. Tale intervento è giustificato oltre che da riduzioni di spesa anche dalla necessità di evitare la polverizzazione dei centri di erogazione del servizio non funzionali agli obiettivi formativi, in quanto non consentono di inserire gli studenti” in comunità educative culturalmente adeguate”. Forse se in un piccolo comune, distante da centri più popolati,vi è una classe di bambini della scuola dell’infanzia o del primo ciclo, questa non sarebbe una comunità educativa culturalmente adeguata e è quindi da sopprimere?

Le classi di inizio ciclo dovranno essere formate sulla base degli alunni iscritti ed assegnandole solo successivamente sulla base delle scelte e sulla base dei posti disponibili. Verranno ridotte le compresenze dei docenti tecnico pratici negli istituti tecnici, ricondotte a 18 ore le cattedre delle scuole secondarie e accorpate le classi di concorso con stessa matrice culturale e professionale.

La riduzione del corpo docente  e del personale Ata è determinata in modo che prescinde da qualsiasi logica pedagogica didattica ed è fondata su scelte di contabilità generale dello stato e di politica finanziaria. La misura della riduzione, che è quantificata nella misura del 17% per il personale Ata, è indicata in termini assoluti nella tabella allegata al Piano in 44.400 unità (la finanziaria 2008 in un anno prevedeva la riduzione di 1000 unita contro  i 14.167 previsti dalla finanziaria 2009) mentre la riduzione dei docenti nel triennio sarà di 87.341 unità.

Le strategie adottate sono quindi la riduzione del personale, l’aumento degli alunni per classe, la diminuzione delle compresenze, l’accorpamento delle classi di concorso, l’aumento dell’orario di cattedra fino alle 18 ore di lezione frontale. Omettendo in questa sede ogni considerazione di carattere sindacale, questa manovra comporterà che il nostro paese si attesterà su livelli di investimento pubblico per istruzione molto al di sotto della media dei paesi OCSE,(già ora la quota del PIL per istruzione in Italia è del 3,6% contro la media OCSE del 3,9% - Fonte quaderno Bianco).

Sotto il profilo scientifico-disciplinare l’accorpamento delle classi di concorso “con una comune matrice culturale e professionale,ai fini di una maggiore flessibilità dei docenti”appare una scelta diretta da un lato ad avere docenti plurifunzionali, ma anche una scelta riduttiva dei saperi diretta ad annullare la struttura concettuale delle singole discipline, i nuclei fondanti, i paradigmi che le organizzano .L’intenzione  esplicitata è di privilegiare gli insegnamenti di base, con le seguenti aggregazioni: umanistico letterarie,scientifico tecnologiche,linguistiche. Che il Ministro abbia in mente per le superiori l’insegnante unico?

Ben altra cosa erano i saperi formali o discipline considerati indispensabili dalla commissione dei Saggi (13 maggio 1997). Essi erano: le lingue, gli altri linguaggi, la matematica e le discipline fisico-naturali, la tecnologia, la geografia, la storia, le scienze sociali, la cultura classica, la storia delle idee,le arti sonore e visive.

Occorre che l’Accademia levi la sua voce a tutela delle specificità disciplinari, della loro scientificità non riducibile ad una massa informe di modelli di conoscenza. Occorre che la scuola tutta, la società civile non resti ostaggio dei luoghi comuni.



1 M. Orsi – Comunità professionale- in Voci della scuola-VII volume.

2 M. Dutto - Direttore generale MIUR in Voci della scuola-VII volume.

by Rosamaria Maggio last modified 2008-10-21 16:43

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