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Sardegna: un turismo semi-sommerso

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di Marco Zurru

“L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va.
In spiaggia di ombrelloni
non ce ne sono più
è il solito rituale
ma ora manchi tu.”

Righeira (1985)

Così cantavano i Righeira nel 1985 e sembra quasi che i diversi contributi finora pubblicati su inSardegna riguardo alle tematiche del turismo isolano richiamino – metaforicamente - la sostanza della canzonetta che divenne un super-tormentone estivo. In tono scherzoso, il soggetto assente a cui si potrebbe riferire la canzone e a cui, viceversa in modo competente e realistico, guardano i pezzi di Pigliaru, Lubrano, Sistu e gli altri commentatori sembra essere, nelle sue differenti declinazioni istituzionali (e impersonificazioni..), l’Ente Regione della Sardegna.

I temi sono in parte “vecchi” e in parte recenti: l’incapacità delle molteplici fonti istituzionali di fornire cifre attendibili per avere un quadro meno nebbioso del settore turistico (in tanti hanno parlato di giungla dei numeri); l’impatto ambientale dello sviluppo turistico più o meno svincolato da ambigue e traballanti policy di settore; le difficoltà, se non l’imperizia, della Regione nell’attivare un serio piano di programmazione, pianificazione e promozione turistica della nostra regione verso un sistema che abbia almeno le parvenze di una logica di integrazione tra i diversi segmenti economici (o occasioni estemporanee, come ci ricorda Lubrano) che animano il settore, e ciò al fine di affrontare seriamente gli aspetti di maggiore criticità, quali la debole internazionalizzazione, la forte stagionalità e il fenomeno della ricettività sommersa; infine, l’attuale discorso sulla tassa sul lusso (tassazione delle seconde case, tassa di soggiorno; tassa su aerei ed imbarcazioni e plusvalenze immobiliari).

Le tematiche possono essere affrontate in modo distinto ma, a mio parere, derivano tutte (e a questo tornano) dalle difficoltà di distinguere con nitidezza la sostanza e i confini dell’oggetto in questione: il modello turistico isolano. Queste difficoltà nascono dalla pretesa di applicarsi ad un segmento economico con “occhiali” che fanno riferimento al paradigma formale dell’economia tralasciando quella che, in pagine insuperabili, Karl Polany definiva i connotati sostanziali della stessa. Infatti, senza l’accortezza – da qualsiasi posizione si guardi la faccenda – di osservare le transazioni economiche inglobandole nelle relazioni sociali si perde un gran pezzo di realtà.

Relativamente al tema trattato, ogni seria analisi socio-economica sul settore turistico si guarda bene dal descrivere qualsiasi struttura o trend trattando i dati disponibili senza premure di vario genere. Il capitolo dell’ultimo Rapporto Crenos sull’economia della Sardegna, prudente come mai sulle cifre “istituzionali”, chiedendosi se – mi si permetta in questo contesto l’ovvia ed enorme semplificazione – “conviene per un territorio puntare sulla specializzazione turistica rispetto ad altre prospettive di sviluppo”, è di continuo richiamo ai buchi, incongruenze, difficoltà di comprensione delle statistiche offerte dalle diverse fonti, fino ad dichiarare quali possono essere i “dati veri” rispetto a quelli troppo deboli. Il punto è che (e i ricercatori del Crenos fanno bene a sottolinearlo) quando alla fine si tirano le fila e si fanno i conti della stagione, “i conti – appunto – non tornano”. Le strutture ricettive formalmente censite non ci danno una chiara e completa visione dell’universo del settore turistico dell’isola e l’elemento chiave che – letteralmente – stravolge i confini dell’oggetto osservato è la presenza di una offerta ricettiva spesso proveniente non da unità economiche formali, ma dalle unità informali, quali le famiglie, con le loro seconde case. Per essere chiari, le 1.884 unità economiche (tra alberghi, camping, B&B, alloggi in affitto, agroturismi, ostelli e case per ferie), con i loro 170.847 posti letto (dati 2005), non riescono a soddisfare il complesso della domanda dei turisti, che non assomma a 1.897.562 arrivi e 10.203.401 presenze (quelle registrate, appunto, nelle strutture ricettive formali), ma a oltre 34milioni di pernottamenti. Questa sarebbe la cifra, che lo stesso Crenos definisce come la più attendibile per l’anno in questione, fornita dall’indagine campionaria sui viaggi e vacanze degli italiani.

Ci si può immaginare che una buona fetta di queste persone possa risiedere gratuitamente presso case di parenti ed amici; ci si può anche immaginare – come ha fatto la Giunta Regionale con la tassa sulle seconde case - che un’altra enorme parte di non sardi passi le vacanze (o risieda per altri motivi) presso la propria seconda abitazione; si può tentare perfino di ipotizzare la presenza di folle enormi di campeggiatori abusivi… Fatto sta che, ancora una volta, i conti non tornerebbero… C’è una distanza enorme tra i dati sulle presenze fornite dalle strutture ricettive formali e quella che appare la domanda turistica sostanziale: questo gap è coperto dalla possibilità di usufruire di strutture ricettive non formali immesse sul mercato dalle famiglie isolane. Questa offerta economica - embedded nel sociale - assume uno spessore così rilevante (nei numeri, nei fatturati, nella collocazione territoriale) da improntare di sé il concetto stesso di modello turistico della regione. Ma, si badi bene, la faccenda – lo vedremo – non implica solo problematiche di rilievo statistico o fiscale, ma di corrette policy per lo sviluppo dell’intero settore.

Seconde case: alcuni dati


Così come nella altre regioni del Mezzogiorno, il processo di sviluppo immobiliare in Sardegna è stato rapido, differenziato e impetuoso. Il punto di cesura nella corsa al mattone è stato il 1971, visto che nei 20 anni precedenti la popolazione sarda viveva quasi completamente presso le abitazioni principali e le seconde case si riducevano ad essere ben poca cosa: 13.755 nel 1951 (5% complessivo), 24.880 nel decennio successivo (7%), e poco più di 35mila unità nel 1971 (9%). Nel decennio 1971-81 il tasso di crescita acquista due differenti velocità (fig.1): le abitazioni principali continuano a crescere di numero fino all’ultimo anno censuario, ma con un ritmo modesto e contenuto che non porterà neanche al raddoppio del loro volume in 40 anni (dalle 356.888 unità del 1971 alle 566.255 abitazioni occupate nel 2001). Invero, le abitazioni secondarie crescono con un ritmo sostenutissimo, triplicando il proprio numero nel 1981, più che quadruplicandolo nel 1991 e quasi sestuplicandolo nel 2001; passando quindi dalle 35.706 unità del 1971 alle 198.615 dell’ultimo anno considerato.


figura 1 mz


Detto altrimenti, se nel 1951 si avevano 100 abitazioni occupate e 100 non occupate, le prime diventano 138 e le seconde 256,6 nel decennio successivo, rispettivamente 199,5 e 1226,6 nel 1991 e, infine, 218 e 1443,9 nel 2001. Nel 1981 il comparto delle abitazioni secondarie diventa un quinto del totale complessivo delle costruzioni dell’isola e più di un quarto nel 2001. Questa rapida trasformazione è messa in luce anche dal tasso di funzione residenziale, che passa dal 10.0 del 1971 al 27.3 del 1981, per fermarsi al 35.0 del 2001: ovvero, attualmente in Sardegna su 100 case occupate 35 sono non occupate, un volume che non esitiamo a definire assai consistente.

La radicale modificazione degli equilibri dell’assetto immobiliare dell’isola, durante gli anni 1971-81, avviene soprattutto lungo la fascia litorale, ricca di attrattive naturali e con una storica funzione agricola. Ad essere fondamentalmente coinvolti sono cioè i comuni costieri (tab.1) che, nel complesso, rappresentano solo il 19% del totale, ma su cui è ricaduta in prevalenza la rapidità e lo spessore di questi cambiamenti. Solamente in questo decennio si sono costruiti in questi pochi spazi più di 65mila abitazioni secondarie, un numero superiore a quanto si riuscirà ad edificare nei 20 anni successivi. Nel 2001 il patrimonio abitativo di tipo secondario rappresenta in quest’area oltre il 19% del volume complessivo delle abitazioni costruite in tutta l’isola, e quasi il 34% di quanto si è costruito nella fascia costiera.

Esiste dunque una relazione inversa tra tasso di funzione residenziale e localizzazione geografica del comune; relazione che si fa ancora più evidente durante gli anni (tab.2): nel 2001 oltre il 60% dei comuni costieri presenta un tasso superiore a 50; il rapporto cambia considerando i comuni non costieri e quelli parzialmente costieri (con parte del territorio entro 5Km dalla costa), che presentano - per oltre il 90% - un tasso inferiore a 50.


tabella 1 mz








tabella 2 mz







L’evoluzione di questo processo si può notare anche dalle quattro mappe proposte: le cartine riproducono, per l’anno censuario e la ripartizione comunale di riferimento, i diversi tassi di funzione residenziale; l’indice è strutturato in cinque classi e le ultime due (90-200; oltre 200) indicano la presenza di un numero di seconde case rispetto alle abitazioni primarie doppio o di un valore ancora superiore. Ad essere interessati maggiormente dal fenomeno sono - a Nord, Nord/Est, Est e a Sud dell’isola - i comuni costieri con una forte vocazione turistica: la Gallura, l’Ogliastra, la Costa Rei e l’area di Pula-Chia. Ad Ovest e Nord- Ovest il fenomeno si ripete ma, appunto, nei pochi spazi dove la domanda turistica esercita una certa pressione, ovvero l’isola di Carloforte e Sant’Antioco, i comuni a settentrione di Oristano e, infine, Alghero e Stintino.


fig. 2_3 mz















fig. 4_5 mz















È inoltre possibile dimostrare come lo sviluppo di questo patrimonio immobiliare, caratterizzato da un’estrema velocità e da un volume di grande consistenza, ricada su un numero estremamente esiguo di comuni (tab.3): il 41% delle seconde case si concentra in 34 comuni, oltre un terzo del totale complessivo delle residenze secondarie è stato costruito sul territorio di 25 comuni; in questi spazi è stato edificato un numero di seconde case (66.189) di poco inferiore al numero complessivo dei suoi residenti (77.163).


tab.3 mz
















Si può infine notare come il fenomeno interessi principalmente paesi di piccole dimensioni: solo un comune ha una popolazione vicina ai 10.000 abitanti, mentre quasi il 70% di essi non arrivano ai 3000 abitanti. Ma, pur in presenza di una popolazione così limitata, il numero delle seconde case in relazione a quelle abitate molto spesso raggiunge proporzioni enormi: si va da un numero quasi identico ad un rapporto 3 a 1, 4 a 1, fino a raggiungere livelli di presenza di 7 a 1, come nel caso Stintino, laddove il numero delle abitazioni secondarie è addirittura più che triplo rispetto al numero dei residenti. Ciò suggerisce quali processi di stravolgimento insediativi possano interessare gli equilibri demografici di questi comuni: l’enorme crescita del numero delle presenze nei pochi mesi estivi ha evidenti conseguenze sul piano ambientale, del traffico e della più generale vivibilità locale.

Come cambia l’offerta locale includendo il sommerso

È evidente che la presenza di una offerta ricettiva così sostanziosa – aggiuntiva rispetto a quella formale - possa contribuire a modificare quella che abbiamo definito “la sostanza e i confini del modello turistico isolano”. Un breve esempio può contribuire a rendere chiaro il fenomeno.

Abbiamo considerato i comuni costieri più partecipi del fenomeno turistico in Ogliastra (ulteriori e dovuti approfondimenti nel cap. 3 Turismo sommerso e seconde case, in M. Zurru, L’economia sommersa. Il gioco del formale e dell’informale, F.Angeli, Milano 2005): se si guarda al settore con gli occhiali del paradigma formale si può descrivere un’offerta ricettiva potenziale abbastanza debole e inadeguata: sono presenti 25 alberghi, 5 villaggi e 10 campeggi, per un totale di 6248 posti letto. Viceversa (fig.7), includendo il potenziale dell’offerta ricettiva proveniente dalle seconde case si deve aggiungere al dato un volume di oltre 15.00 posti letto, fino a ridisegnare fortemente – come è indicato nelle due figure – il modello di offerta turistica locale.


fig. 6 mz
















fig. 7 mz














In finale…

Le difficoltà per l’analista di cogliere con compiutezza le dimensioni e i trend di un settore economico sommerso sono enormi. Solo alcuni punti per stare al tema trattato:

1) è evidente che non tutte le seconde case sono immesse sul mercato ma alcune di esse sono utilizzate dagli stessi proprietari per le proprie attività di loisir. Il punto è importante in quanto si tratta di distinguere ciò che entra a far parte delle transazioni economiche e dunque assume implicazioni distinte: di tipo fiscale, di qualità del servizio offerto, etc..

2) è impossibile costruire una mappa (continuamente aggiornabile) del settore sommerso se non con costose e difficili indagini locali (si pensi solo alla comprensibile ritrosia – da parte del proprietario - di ammettere attività non dichiarate al fisco, o alla omertà locale). Ciò pone problemi sia di tipo metodologico ma, soprattutto, di political decision – a nostro dire - di non insormontabile rilievo: abbiamo visto come i comuni fortemente implicati nel fenomeno siano quelli costieri e in numero non strabiliante (il 41% del patrimonio immobiliare secondario è sito in 34 comuni…);

3) le indagini locali hanno messo in luce un fenomeno importante, quale l’esplosione dei numeri: una seconda casa viene spesso frazionata in più appartamenti (fermo restando l’unità di tipo catastale), moltiplicando così i posti letto e le possibilità di introito economico per i proprietari. Ciò, come si può ben immaginare, ha dirette conseguenze sul piano della qualità del servizio offerto: locali angusti, spesso senza punti luce, etc…

4) Una fetta del patrimonio immobiliare di tipo secondario comincia ad essere acquisito da agenzie immobiliari o dalle stesse strutture ricettive alberghiere che lo gestiscono direttamente;

5) L’offerta di seconde case per uso turistico si traduce in una possibilità integrativa del reddito importantissima per le famiglie proprietarie. Ciò spiega la ritrosia delle autorità locali (in particolar modo del sindaco, come le leggi impongono) a “denunciare” l’utilizzo di mercato di una unità immobiliare. Ma qual è – in Italia - il soggetto politico che si gioca il consenso locale richiamando all’ordine il suo potenziale elettorato?

Oltre questi, altri punti restano da discutere, ma è evidente che senza considerare con continuità i numeri del sommerso turistico non si va molto avanti nel comprendere ciò che sostanzialmente avviene nel settore; nell’improntare adeguate policy di sviluppo e integrazione; nel disegnare architetture fiscali che colpiscano – con i dubbi costituzionali emersi recentemente – solo i non residenti, tralasciando quell’enorme fetta di contribuenti locali che, con la costruzione e l’offerta delle seconde case sul mercato turistico ha simultaneamente modificato gli equilibri ambientali del territorio e contribuito a disegnare un modello di offerta turistica per una quota considerevole di domanda che ricerca esattamente ciò che una seconda casa propone (costi inferiori; alta possibilità di autogestione della quotidianità; flessibilità, etc..).




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by Marco Zurru last modified 2007-09-17 16:03

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