Ridurre le tasse? Sì, ma come?
Il centro destra ha sempre teorizzato l’esigenza di una drastica riduzione del prelievo fiscale e, spesso, ha sostenuto una sorta di legittimità dell’evasione come risposta all’eccessiva pressione sui contribuenti.
Nella relazione introduttiva alla delega sulla riforma fiscale di Tremonti si teorizzava: “Meno tasse eguale più libertà”. Insieme, per far quadrare i conti, si teorizzava la riduzione della spesa. Si sa come è andata.
Il grafico* documenta come la pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati sia cresciuta nel quinquennio del governo Berlusconi ad un ritmo eguale a quello della crescita nominale del PIL (anche se, come ha documentato la Banca d’Italia, la quota di tali redditi si sia ridotta in rapporto al PIL). Il prelievo sugli altri redditi è rimasto sostanzialmente invariato per il crescere dell’evasione prontamente sanata da opportuni condoni. La spesa pubblica è cresciuta di circa due punti. La ricaduta negativa sugli equilibri di bilancio è stata immediata, come immediata è stata la procedura di infrazione della Commissione europea.
Il Governo Prodi ha riportato i conti in equilibrio senza accrescere il prelievo sul lavoro dipendente ma, ad aliquote costanti, combattendo con più efficacia evasione ed elusione fiscale. Il grafico documenta anche tale svolta nelle politiche fiscali, come è reso evidente dall'incremento della curva "altri redditi" tra il 2006 e il 2007. Si sono create le condizioni per ridurre il prelievo. Risulta confermata la validità della parola d’ordine del centrosinistra: “pagare tutti per pagare meno”.
Ecco perché, anche in occasione della campagna elettorale, occorre non cambiare la direzione di marcia. Ogni promessa di riduzione delle tasse deve accompagnarsi con l’indicazione delle misure di compensazione sul versante delle entrate (lotta all’evasione, tassazione delle rendite finanziarie almeno quanto l’aliquota minima dell’IRE) o su quello della riduzione delle spese. Se il centrosinistra assumesse come propria la parola d’ordine di Berlusconi (“pagare meno per pagare tutti”), non solo sembrerebbe concordare con la stravagante teoria sull’immoralità del prelievo ma, dopo le elezioni, per rispettare le promesse elettorali, rischierebbe, se vincente, di dover praticare e, se perdente, di non poter contrastare, una nuova stagione di finanza allegra.
I danni sarebbero, alla fine, a carico dei soliti noti: lavoratori dipendenti e pensionati.
* Nel grafico i valori del prelievo fiscale e del PIL sono posti pari a 100 nel 2001 per rendere facilmente confrontabili gli andamenti successivi delle tre variabili.
Fisco e consenso
Il centrosinistra invece, e Prodi in particolare, si sono giocati il margine di vantaggio assegnatogli dai sondaggi prima delle passate elezioni - con ciò ponendosi la tara che ha fatto prima vivacchiare e poi cadere il governo - proprio per la cattiva immagine di policy maker fiscale, maldestramente alimentata in periodo pre-elettorale.
Quindi la politica fiscale del centrosinistra (pagare subito tutti, poi pagare meno) è più virtuosa ma più difficile da comunicare di quella del centrodestra (pagare subito meno, poi pagare tutti): in un paese in cui la comunicazione è fatta di immagini e messaggi, più che di informazione e di valutazione dei dati (come quella che fa Macciotta) è stato ed è un handicap non da poco!