Vertenza entrate e Cappellacci: la forza dei numeri
I numeri hanno una loro oggettiva “forza” e quando si è costretti ad usarli costringono a fare i conti con la realtà ed impediscono che il confronto politico si svolga con un vuoto chiacchiericcio. Così è accaduto in Sardegna quando la Giunta regionale di centro destra si è misurata sul bilancio che, come è stato scritto, è una “politica espressa in numeri”. Tutte le teorie sulla “svendita della Sardegna” che nella passata legislatura (e in alcuni autorevoli editoriali di pochi giorni or sono) erano state avanzate contro l’accordo sul nuovo regime delle “entrate proprie” concluso dalla Giunta Soru (con il decisivo concorso dell’Assessore Pigliaru) con il Governo Prodi sono sparite come neve al sole.
Se alla fine del 2010 il deficit sarà ridotto di altri 300 milioni, se ci saranno risorse per affrontare crisi economica ed emergenza, molto è dovuto alla politica di risanamento favorita anche dalle maggiori entrate dallo Stato. Il merito del presidente Cappellacci, e dell’Assessore al Bilancio La Spisa è di non aver girato intorno al problema e di aver francamente riconosciuto che questo risultato sarà raggiunto “anche grazie ai traguardi delle precedenti amministrazioni”. Forse sarebbe utile che analoga valutazione sui pregi e sui difetti delle politiche del passato venisse compiuta anche su importanti capitoli delle politiche regionali a partire da quelli della politica ambientale e di tutela del paesaggio.
Se la Sardegna è ai primi posti tra le mete turistiche “oggetto del desiderio” non sarà anche merito di quelle politiche di salvaguardia del territorio che, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno impedito la cementificazione delle coste e che, negli ultimi cinque anni sono stati così positivamente valutati su scala nazionale e internazionale?. Prima di liquidare frettolosamente una simile eredità, proprio mentre la frontiera ambientale sembra essere la carta da giocare per uscire dalla prima crisi globale del XXI secolo (USA e Cina insegnano), non sarebbe il caso di compiere una valutazione approfondita della strumentazione in essere e tentare di introdurre solo quei correttivi sui quali fosse possibile registrare il più ampio consenso?
Ma altri due temi strategici meritano di essere affrontati facendo emergere consensi e dissensi solo al termine di un costruttivo confronto di opinioni. Intendo riferirmi ai problemi del nuovo assetto dei poteri e delle risorse della Regione nel quadro del nuovo Titolo V della Costituzione e ai problemi dell’aggiornamento dell’analisi sul modello produttivo della Regione la cui crisi non può più essere affrontata con rimedi di corto respiro. Sul prima tema siamo ad una stretta politica imminente: i decreti legislativi in attuazione della legge 42/2009 porranno anche alla Sardegna problemi essenziali.
Si può perdere la legislatura regionale inseguendo la chimera della “Costituente”, dello Statuto approvato in Sardegna e presentato a Roma con il solo potere di “prendere o lasciare”? C’è seriamente qualcuno che crede che questo sia possibile nell’attuale clima politico. Anche a non condividere le teorie sull’egemonia della Lega sulla compagine governativa di centro destra è il fastidio generale che cospira contro una simile soluzione per le Regioni speciali. Si tratta di un fastidio che è fondato talora sugli sprechi di tali Amministrazioni e talora su intollerabili privilegi di cui esse godono. Non è meglio puntare ad uno Statuto che, garantendo la Sardegna e i sardi, possa anche funzionare come generale strumento di espansione della struttura federalistica della Repubblica italiana?
E sul modello produttivo davvero si può pensare ad interventi di mero revamping sugli impianti esistenti chimici e metallurgici (che hanno intorno ai 40 anni di vita), senza solidi operatori capaci di reggere la sfida sul mercato globale e senza un orizzonte strategico che guardi almeno ai prossimi 15 anni? Paradossalmente persino gli interventi di emergenza hanno un senso, e sono più diffendibili, se questo orizzonte comincia a delinearsi. Quando in Sardegna si disegnò l’assetto di poteri ed il modello di sviluppo che ci ha portato sino ad oggi erano momenti di scontro duro sul terreno politico e sociale ma su questi temi si trovò modo di aprire una discussione vera e di far crescere un comune sentire che fece della Sardegna un modello della politica nazionale.
* da: www.sardegnademocratica.it, 5 ottobre 2009