Benvenuto nel mondo del quasi lavoro
Fra stage inutili e percorsi formativi inconsistenti ecco come funzionano la retorica e i rituali del precariato all'italiana. Una ricerca e due nuovi libri.
Oltre la metà degli stagisti non ha un progetto formativo e
il 33 per cento lavora più di 43 ore settimanali: quella che emerge dalla
ricerca “Giovani in stage” di Miojob-GIDP, pubblicata su Repubblica, è la
fotografia di un limbo del mercato del lavoro che in Italia è diventato una
istituzione, con i suoi rituali e la sua normalità. E’ normale essere laureati
e lavorare gratis (40% dei casi) con un orario pari o superiore a quello dei
dipendenti. Ed è normale accumulare più di uno stage (nel 53% dei casi) senza
trovare lavoro. Solo per aggiungere righe di curriculum che corrispondono ad
anni di precariato, per percorrere un canale di ingresso nel mercato del lavoro
distorto e anomalo, tanto che la UE ha annunciato il futuro obbligo di progetti
formativi e tutor per ogni stage. E poiché lo stage è un canale ormai “metabolizzato”
dai datori di lavoro (perché non prendere gratis uno stagista piuttosto che
effettuare subito una assunzione?), non è detto che la percentuale del 26 % di
giovani a cui viene proposto un contratto (di cui solo il 6% a tempo
indeterminato) denoti il successo di questo strumento.
Ma gli stages all'italiana sono solo la punta di un iceberg che è fatto, oltre che di trappole del reclutamento, anche di visioni distorte e interessate del mercato del lavoro. Prendiamo il mito del capitale umano, con l’attribuzione di un enorme valore alle conoscenze e competenze, che segue al declino del lavoro operaio in catena di montaggio (fordismo): quella del “lifelong learning” è diventata una trappola ideologica e culturale con lo scopo di far accettare come normale il precariato. “Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa macchina infernale che si chiama formazione”, perché "la specifica di cittadinanza richiesta dal postfordismo ha prodotto un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta offerta formativa: centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte". Chi parla è Sergio Bologna, sociologo del lavoro, autore del recente “Ceti medi senza futuro?”, Derive/Approdi, Roma 2007.
I nuovi schemi interpretativi
Sergio Bologna prima di occuparsi a fondo del lavoro autonomo (“Il lavoro autonomo di seconda generazione”, Feltrinelli 1997) ha insegnato storia dei movimenti operai. Il punto di partenza del suo percorso intellettuale è stato lo studio del fordismo in chiave marxista. Oggi nella sinistra italiana è un apolide che evidenzia un paradosso, perché accusa partiti e sindacati di non voler riconoscere in termini di diritto e di diritti le nuove entità sociali del lavoro, quelle che oscillano fra il lavoro autonomo e il precariato e che spesso appartengono alla “web class”, cioè a un nuovo ceto medio “colto e povero”. I precari, anche per il governo Prodi, sono lavoratori che attendono una sistemazione. E nel nostro diritto del lavoro le nuove categorie sono definite per esclusione. Sono gli “atipici”, degni o meno di tutela secondo una sorta di un rompicapo
giuridico: se in base a criteri di
giurisprudenza si può essere identificati come finti autonomi, allora si ha
diritto alla pensione e alle tutele sindacali, se invece si è autonomi “veri”
non se ne ha diritto. Ebbene questo spartiacque fra garantiti dipendenti e non
garantiti indipendenti, con in mezzo un limbo frustrante per i giovani ed ex-giovani,
è anche il frutto ipocrita di un vecchio e malinteso operaismo della sinistra
italiana. Lo scandalo è che a dirlo è un convinto operaista, che da tempo
reclama l’urgenza di una coerente visione del nuovo mercato del lavoro
post-fordista.
“Non è un caso –
scrive Bologna in un suo intervento – che le forze maggiormente
responsabili della precarizzazione di massa richiedano a gran voce investimenti
nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi ultimi vent’anni di
finanziamenti europei di notevole entità per la formazione, risorse con cui
avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati. Risultato
zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è andata
svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha
continuato a essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti e
non in base ai bisogni degli studenti.”
La flessibilità e l’apprendimento continuo, sostiene Bologna, sono una reale caratteristica del moderno mercato del lavoro, ma è una caratteristica di cui si deve appropriare il lavoratore, non l’azienda. Perché mercato del lavoro e società cambiano, ma l’importanza dei rapporti di forza tra le classi, vecchie o nuove, non è cambiata. Ed ecco un altro paradosso: negli Stati Uniti, dove solo il 7% dei lavoratori è sindacalizzato, nascono forti sindacati che proteggono il lavoro autonomo delle nuove generazioni. A New York in poco tempo ha raggiunto i 40 mila iscritti un sindacato locale di freelancers, già capace di trattare con le banche, organizzare una previdenza privata e rivendicare regole con le istituzioni. Nulla del genere nella “sindacalizzata” Italia, anche se non mancano centri di informazione e pressione come www.chainworkers.org, che organizza il “Mayday” annuale dei precari, divenuto un evento internazionale.
Ciò che secondo Sergio Bologna non viene capito abbastanza in Italia dalla cultura industriale (sinistra compresa) è che la rivoluzione delle dot-com ha avuto anche “dei connotati anticapitalistici ed è stata condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che una volta si chiamava l’autodidattica. E’ da questo spirito che è nato il movimento per l’open source... Qui si è formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker chiamano knowledge workers”.
Imprese e mercato in salsa italiana
Per far capire meglio lo spazio e i modi delle nuove
identità e delle possibili rivendicazioni nel mercato del lavoro, Bologna
ricorda che in Italia circa la metà dei 16 milioni e mezzo di lavoratori
dipendenti non è tutelata dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (cioè può essere licenziata senza “giusta causa”), inoltre i sei
milioni di persone che lavorano in imprese con meno di tre dipendenti sono un
"buco nero" perchè spesso non si tratta di imprese, ma
di lavoratori autonomi. Per Bologna solo un retroterra ideologico può spingere a usare la parola "ditta" per iniziative
economiche connotate dal lavoro autonomo, accomunandole a quelle dove invece il
capitale, l'imprenditore e i lavoratori sono chiaramente distinguibili. L’espressione "ditta individuale" è un ossimoro che dovrebbe essere
bandito dal linguaggio giuridico-burocratico.
Sono proprio le piccole e piccolissime iniziative, preponderanti in Italia, a muovere peraltro il nostro mercato del lavoro, mentre la grande industria nazionale ha ridotto l'occupazione (nel decennio 1996-2005) pur avendo beneficiato di un basso livello salariale, come evidenziato da ultimo dal governatore della Banca d'Italia. Una grande industria italianamente legata per lo più a posizioni di monopolio e di rendita piuttosto che ai settori competitivi del mercato mondiale, come si evince dalle schede di Mediobanca sul gotha dell’industria nazionale: è questo il risultato delle disastrose privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati i quali semplicemente si appoggiavano al credito bancario (per un confronto internazionale sui processi storici di privatizzazione si veda Proteo).
Globalizzazione? Anche delle politiche del lavoro
In questo panorama italiano si dispiega la tendenza a
un deterioramento del lavoro dipendente, con l’allargamento della forbice fra sottopagati
e superpagati, entro cui il tradizionale sindacalismo e la parte “datoriale” di
fatto hanno espresso o favorito una visione al ribasso del post-fordismo e della
globalizzazione, secondo la quale sono i lavoratori italiani, a fronte di presunte
e ineluttabili leggi di mercato, a dover guardare alle condizioni di competitività
dei lavoratori cinesi e indiani, e non viceversa. Contro la falsa visione della
globalizzazione quale automatismo di mercato si schiera anche Luciano Gallino,
decano della sociologia italiana, il quale sente la necessità di ribadire nel
titolo del suo ultimo libro, fresco di stampa, che “Il lavoro non è una merce”
(Laterza). C’è una faccia della globalizzazione fatta di innovazione e
convenienza per i consumatori e ce n’è un’altra fatta di sfruttamento e
precarizzazione nei paesi emergenti, per produrre beni da vendere a prezzi
europei con stratosferici incrementi dei profitti. La globalizzazione dei mercati deve piuttosto essere l’occasione per riscrivere la contabilità sociale delle imprese, al di
fuori del “bricolage legislativo” italiano degli ultimi quindici anni, ivi
compresi aiuti e incentivi necessariamente attinti da chi realmente paga le
tasse. E anche le politiche del lavoro devono essere globali, in un mercato in cui
lo sono gli scambi. Le riflessioni di Gallino, come quelle di Bologna,
confluiscono nell’idea che la flessibilità del lavoro è un patrimonio del
lavoratore, non dell’azienda, alla quale attengono altre reali o potenziali forme
di flessibilità (nell’innovazione, nelle risposte e anticipazioni del mercato).
Un’azienda assume un lavoratore, non compra ore di lavoro. Poi ci sono i veri lavoratori autonomi che esigono nuove tutele.
Per i ceti medi precari della web class le strade da percorrere sono quelle di una crescente coscienza della propria identità, di una appropriazione dei percorsi di aggiornamento - privilegiando l’autoformazione - di una innovazione del diritto del lavoro. In definitiva una nuova tutela che, pur con forme diverse dal passato, è conquistabile solo entro logiche e rapporti di forza assimilabili alle rivendicazioni sociali storiche dei lavoratori.