Estrazioni casuali e favori a baroni e a grandi università
La scelta del ministro di usare estrazioni casuali nella scelta delle commissioni di concorso non solo inciderà marginalmente sul malcostume dei concorsi truccati ma, se la statistica
non è un'opinione, finirà per avvantaggiare i baroni organizzati e le
grandi Università, che possono muovere centinaia di voti, rispetto alle
componenti indipendenti della comunità scientifica nazionale che
praticano concorsi "aperti".
L'intervento Gelmini sull'Università, ossia il pacchetto di disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca approvato dal consiglio dei Ministri due giorni fa, sembrerebbe in apparenza essere andato liscio. Esclusione del turn over per i concorsi di ricercatore, in atto e già programmati; margini più ampi nelle assunzioni a fronte dei pensionamenti per gli atenei virtuosi, e contestuale blocco dei concorsi per gli atenei che spendono per il personale più del 90% dei fondi statali; innalzamento al 7% nel 2009 e al 30% dal 2001 della quota del fondo di finanziamento ordinario - la torta che lo Stato trasferisce annualmente alle Università - da ripartire non in base alla spesa storica ma a criteri di merito riguardanti la ricerca e la didattica; più risorse per borse di studio (135 milioni di euro) e residenze universitarie (65 milioni di euro); modifica del meccanismo di formazione delle commissioni dei concorsi dei professori e dei ricercatori.
A queste misure sono abbinate le linee guida per la riforma del sistema universitario: "un documento programmatico di legislatura che offriamo al dibattito", secondo le parole dello stesso ministro, ma di cui ancora non si conoscono i contenuti. In tanti hanno commentato positivamente il provvedimento, dal Presidente della Repubblica al Corriere della Sera, che in un corsivetto anonimo, dietro il quale possiamo immaginare Francesco Giavazzi, plaude alla tenacia del ministro nell'insistere su una delle
riforme di cui l'Italia ha maggior bisogno.
In mezzo, tanti rettori, di Università sottofinanziate e virtuose (vedi Padova), di Atenei viziosi e sovrafinanziati (Roma - La Sapienza) o di ottime Università private come la LUISS. Tutti d'accordo: come mai? Una possibilità è che si stia davvero imboccando la strada giusta. Un'altra spiegazione è che, scampato il pericolo del blocco generalizzato dei concorsi, anche lungo questa nuova strada qualcuno pensi comunque di poter operare come prima o più comodamente di prima.
I dettagli del diavolo
Del resto, ci ricorda proprio uno dei rettori (quello dell'Università virtuosa) che "il diavolo si nasconde nei dettagli". Prendiamo ad esempio la norma sull'estrazione casuale dei membri delle commissioni di concorso. Per una posizione di professore ordinario, la legge richiede una commissione formata da un membro interno - professore ordinario - designato dalla Facoltà che bandisce e quattro ordinari eletti direttamente dalla comunità scientifica di
riferimento. Nel primo schema della Gelmini, al posto dell'elezione si proponeva l'estrazione secca di quattro membri da un'urna ideale contenente tutti i professori ordinari della materia. Nel decreto licenziato dal governo si mischiano i due sistemi: prima si eleggono dodici membri potenziali e poi, formata un'urna ideale con questi dodici, si estraggono i quattro effettivi. Se gli ordinari fossero delle palle colorate, poniamo neri quelli corrotti e bianchi quelli
puri, con un'urna contenente lo stesso numero di palle bianche e nere, l'estrazione secca casuale ci darebbe due membri corrotti e due membri
puri. Poiché a questi si aggiunge il membro interno, il criterio dell'estrazione non assicura di per sé né trasparenza né qualità, tanto meno assenza di imbrogli. Se poi si passa al sistema a due stadi, è ancora più facile, attraverso votazioni irreggimentate, gestibili soprattutto da gruppi accademici estesi e gerarchicamente strutturati, determinare urne particolarmente favorevoli a concorsi addomesticati.
Temo che la scelta del ministro su questo punto non solo incida marginalmente sul malcostume dei concorsi truccati ma, se la statistica non è un'opinione, finisca per avvantaggiare i baroni organizzati e le grandi Università, che possono muovere centinaia di voti, rispetto alle componenti indipendenti della comunità scientifica nazionale, che praticano concorsi "aperti".
Il vero problema: autonomia senza responsabilità
Ciò che lascia perplessi, su questo punto come su molti altri del pacchetto, è la filosofia generale che vi si intravede. Ancora una volta si insiste sul meccanismo dei concorsi e sulla necessità di altre regole, quando invece il punto centrale da affrontare è quello dell'autonomia senza responsabilità. Se le Università italiane potranno continuare a operare impunite quando sbagliano e non incentivate quando fanno bene, non c'è regola che tenga. Non solo: se, invece che ai ricercatori e alle loro strutture di lavoro, gli incentivi continueranno ad andare (come si intuisce dal decreto) agli ad aree parassitarie, non si innescherà mai una seria competizione per reclutare i migliori e costruire intorno a loro una Università di qualità. Occorre riportare i ricercatori e la ricerca al centro del sistema universitario, e affrontare senza pregiudizi tutti gli ostacoli alla effettiva realizzazione di un sistema fondato sul merito
e sulla competizione. Temi quali la liberalizzazione delle tasse universitarie, la differenziazione delle retribuzioni, il valore legale del titolo di studio, la mobilità studentesca e la qualità delle strutture didattiche e di accoglienza, la formazione e gli incentivi del personale tecnico amministrativo, la forma di governo delle Università, vanno affrontati simultaneamente. Vedremo cosa questo governo sarà capace di fare.
Nel frattempo è importante agire, anche e soprattutto in Sardegna, senza aspettare il completamento del quadro. La strada è segnata, e perseverare nell'errore (continuare ad assegnare le risorse in base al peso storico dei gruppi accademici piuttosto che alla produttività dei ricercatori e ai risultati dei processi formativi, perpetuando una governance obsoleta), o puntare sugli aiuti esterni solo per compensare i ridotti trasferimenti statali, sarebbe letale.
Le istituzioni locali, come la Regione e la Fondazione Banco di Sardegna, che sostengono generosamente le due Università, possono svolgere un ruolo chiave nel favorirne la competitività e il richiamo internazionale; ciò richiede però non solo interventi ben orientati (come alcuni di quelli già in atto), ma anche alieni da pretese di dirigismo e sistematicamente rispettosi del principio che "le risorse seguono la qualità" nei luoghi dove questa si trova.
* Da: La Nuova Sardegna, 9 novembre 2008, pp. 1-20.