Federalismo fiscale: la sfida della specialità
Se le regioni a statuto speciale continueranno a difendere i propri privilegi, sarà più facile per la Lombardia e per la Lega insistere sulla loro attuale proposta. Al contrario, accettare di proporzionare risorse trasferite a fabbisogni non generici renderebbe più adeguata ai tempi la nostra idea di “specialità” e, insieme, aiuterebbe l’Italia a disegnare un federalismo fiscale meno avventuroso di quello che oggi appare probabile.
Il tema del federalismo fiscale sarà al centro del dibattito politico dei prossimi mesi. Per una volta, sarà utile seguire con attenzione ciò che diranno i nostri politici.
I
divari regionali nei redditi e nella qualità della vita aumenteranno o
diminuiranno con il federalismo fiscale? I servizi pubblici essenziali
per i cittadini (sanità, istruzione, sicurezza, assistenza) saranno
disponibili in quantità e qualità simili su tutto il territorio
nazionale?
Domande importanti per tutti noi, come si vede. La
risposta dipende da quale modello di federalismo fiscale si deciderà di
adottare. Prima dei dettagli, conviene però ricordare il senso generale
del “federalismo fiscale”. Almeno in teoria, la riforma rinforzerà il
controllo che i cittadini esercitano su come vengono spesi i soldi che
trasferiscono nelle casse dello Stato attraverso le tasse. Trasparenza
e controllo aumenteranno perché buona parte dei soldi versati dai
cittadini sarà gestita direttamente dai governi del territorio nel
quale vivono. Le responsabilità saranno più chiaramente assegnate, il
controllo dei risultati ottenuti nell’uso delle (nostre) risorse
pubbliche più facile, la sanzione in mano ai cittadini (non rieleggere
gli amministratori incapaci) più credibile.
Nel caso italiano, il federalismo fiscale rappresenta una grande opportunità e un rischio. L’opportunità è data dalla possibilità di rendere più efficiente il settore pubblico. L’Italia è in pieno declino: la nostra posizione in Europa peggiora di anno in anno a una velocità impressionante. La cattiva qualità del nostro costoso settore pubblico e degli essenziali servizi che esso eroga è una causa importante di quel declino. Come ci ha ricordato recentemente il Governatore Draghi, questa “malattia italiana” è particolarmente grave nel Mezzogiorno. Un sistema basato su un buon federalismo fiscale può dunque fare molto bene al Sud, perché trasparenza e capacità di controllo da parte degli elettori riducono sprechi, inefficienze, corruzione.
Il rischio dipende invece dal fatto che è più facile adottare una riforma federalista tra aree con redditi simili, perché in quel caso garantire un livello uniforme di servizi essenziali in tutto il territorio nazionale richiede meno trasferimenti di risorse (e meno tensioni politiche) tra le regioni.
Purtroppo in Italia le differenze nei redditi regionali sono invece molto grandi. Se, per esempio, la Sardegna dovesse finanziare l’intera spesa pubblica che ricade sul suo territorio con i soli soldi che versa all’erario, la spesa annuale sarda dovrebbe ridursi di una cifra pari a quasi 3000 euro per ogni residente. E se ogni regione dovesse contare solo sulla sua attuale capacità fiscale, la Lombardia potrebbe finanziarie spese pari a oltre 15000 euro per abitante, il doppio di ciò che potrebbero permettersi gran parte delle regioni meridionali (la Sardegna sta un po’ meglio: come mostrano i dati elaborati da Giorgio Macciotta e consultabili nel sito www.inSardegna.eu, potrebbe spendere una cifra pari al 60% di quella lombarda).
Insomma, serve un federalismo che consenta un certo grado di competizione tra territori, perché il confronto con quanto capita in regioni meglio governate aiuta gli elettori a scegliere i politici più capaci di bene amministrare. Allo stesso tempo, serve un federalismo che garantisca alle regioni più povere condizioni di partenza non troppo sfavorevoli. In caso contrario, si indebolirebbe proprio il meccanismo virtuoso che il federalismo fiscale vorrebbe attivare: se i governi di altre regioni hanno a disposizione il doppio delle nostre risorse, il confronto tra i risultati ottenuti diventa difficile e la nostra valutazione delle capacità degli amministratori locali incerta.
Che tipo di federalismo adotteremo? Al momento, la proposta al centro dell’attenzione è quella del Consiglio regionale lombardo, che definisce le risorse da attribuire alle regioni (per esempio, l’80% dell’Iva, il 15% dell’Irpef, eccetera), e che rinvia a una fase successiva l’indicazione di quali funzioni esse devono svolgere e a quali costi. Niente garantisce, al momento, che ci sia una chiara proporzione tra le due cose. Anzi, secondo alcune stime il risultato finale della proposta lombarda sarebbe più o meno questo: una volta assicurate a tutte le regioni le risorse per finanziare interamente i servizi essenziali, alle regioni ricche rimarrebbero risorse “libere” molto più grandi di quelle delle regioni più povere, e la competizione territoriale rischierebbe di produrre risultati deboli a causa di differenze iniziali eccessive.
Conviene dunque confrontare attentamente le proposte in campo. E convincersi che le risorse da assegnare alle regioni devono avere qualche ben definito rapporto con i costi delle funzioni che a esse verranno assegnate (costi “standard”, ovviamente, cioè calcolati al netto di sprechi e inefficienze).
Questa via rappresenta un antidoto contro i rischi che della proposta lombarda. Ma, a ben guardare, è una via che richiede importanti cambiamenti anche alle regioni a statuto speciale. Succede infatti che dal 1948 queste regioni seguono il metodo che ora la Lombardia vorrebbe rendere valido per tutti, e che può essere riassunto così: prima di tutto dateci le risorse, poi semmai vi spiegheremo, con accurata genericità, per cosa le abbiamo richieste.
Ecco dunque emergere una interessante novità: se le regioni a statuto speciale continueranno a difendere i propri privilegi, sarà più facile per la Lombardia e per la Lega insistere sulla loro attuale proposta.
Meglio sarebbe evitare questo rischioso e involontario sostegno. Per noi sardi, basterebbe approfittare di questa occasione per mettere da parte antiche vocazioni vittimiste e per chiarire, finalmente, di cosa è fatta oggi la nostra “specialità” e quali costi aggiuntivi, realisticamente calcolati, essa ci impone: per esempio, per preservare cultura e lingua locali e per poter viaggiare a costi accettabili. Proporzionare risorse trasferite a fabbisogni non generici renderebbe più adeguata ai tempi la nostra idea di “specialità” e, insieme, aiuterebbe l’Italia a disegnare un federalismo fiscale meno avventuroso di quello che oggi appare probabile.
* Da: La Nuova Sardegna, 14 giugno 2008, pp. 1-20.