I programmi di Pd e Pdl: le differenze ci sono
Per valutare i programmi dei partiti, prima è bene farsi un'idea dei principali problemi che attendono soluzioni. Nel nostro caso il problema è il rapido declino della nostra economia. Pochi anni fa il nostro reddito pro-capite era del 20% più alto di quello medio europeo. Alla fine del 2008 sarà inferiore dell'1%. Francesco Pigliaru ha letto i programmi elettorali alla ricerca di proposte credibili per contrastare questa deriva.
Molti italiani non hanno ancora deciso per chi votare. Buon segno: significa che gli elettori hanno capito che siamo arrivati a un passaggio cruciale per il nostro paese, e che è bene farsi un’idea più precisa del solito su chi propone cosa.
Che l’Italia si trovi in un momento cruciale lo rivelano mille indizi. Salari inadeguati, lavori precari sottopagati che tendono a rimanere tali per anni, tassi di attività del mercato del lavoro bassi e bloccati, giovani di talento che più spesso di prima emigrano, rendite di posizione che nessuno riesce a scalfire, infrastrutture e scuole di qualità spesso sconfortante, una diffusa sensazione che opache appartenenze contino più di capacità e merito.
Un continuo declino
Le statistiche internazionali confermano tutto questo. Nel 1997 il nostro reddito pro-capite superava del 20% quello medio europeo, oggi lo supera del 3% appena. Ma la tendenza negativa non si è ancora fermata: secondo recenti previsioni dell’Eurostat, alla fine del 2008 l’Italia si troverà per la prima volta sotto la media europea. Dieci anni fa eravamo più ricchi dei cittadini britannici, francesi, finlandesi, irlandesi, spagnoli, greci. Oggi solo i greci hanno un reddito pro-capite inferiore al nostro, ma anche questo divario sarà probabilmente evaporato alla fine dell’anno in corso.
Un declino di tali dimensioni è un caso unico in Europa. Di fronte a una crisi di questa entità, la politica ha l’occasione di giocare la sua partita più importante: quella di proporre soluzioni credibili e di creare il consenso necessario per mettere in pratica.
Certo, non è un compito semplice. La “malattia italiana” ha cause antiche. Anche in anni in cui la gente si sentiva più ricca, parte del nostro benessere nasceva da scelte di politica economica miopi e insostenibili. Si otteneva competitività attraverso svalutazioni della lira invece che attraverso investimenti in istruzione e in innovazione, si gonfiava la domanda interna con una spesa pubblica fuori controllo e di pessima qualità, che ha prodotto un debito pubblico da record mondiale. Per anni l’Italia ha scaricato sul futuro la propria incapacità di affrontare i propri problemi strutturali. Il futuro ora è arrivato: la produttività non cresce da anni e le finanze pubbliche rimangono in uno stato di continua emergenza. Abbiamo evitato disastri solo grazie all’euro.
Per arrestare il declino e aumentare la produttività del sistema, due problemi meritano particolare attenzione. Primo, la necessità di riformare il nostro costoso, ingombrante e inefficiente settore pubblico, che gestisce male le enormi risorse a sua disposizione (la spesa pubblica supera il 50% del prodotto interno lordo). Un settore pubblico efficiente dovrebbe facilitare la vita e le attività di cittadini e di imprese, fornire servizi essenziali che i privati non sono in grado di produrre, favorire la coesione sociale, garantire sicurezza e la certezza del diritto, facilitare la libertà di iniziativa. In quasi tutte queste funzioni il settore pubblico italiano è un ostacolo più che una risorsa. Nelle classifiche internazionali che misurano l’efficienza della pubblica amministrazione verso cittadini e imprese, l’Italia è la cenerentola dei paesi ricchi, lontanissima dagli indicatori dei paesi più virtuosi.
Il secondo problema che merita particolare attenzione è l’istruzione, la risorsa fondamentale di un’economia condannata a diventare sempre più innovativa. Mentre da anni l’Italia investe poco e male, altri si guardano bene dal commettere lo stesso errore: recentemente, anche la Spagna e la Grecia ci hanno raggiunto e superato in tutti i principali indicatori di capitale umano.
Chi propone cosa
Il voto, dunque. Cosa ci propongono su questi temi i principali partiti in competizione, il Pd e il Pdl? La lettura dei “programmi di governo” non aiuta granché: tipicamente, parlano di tutto e spesso lo fanno per slogan. Sull’istruzione, per esempio, le scarne indicazioni di buon senso elencate nei due programmi confermano una preoccupante difficoltà bipartisan ad affrontare un problema che ha ormai assunto dimensioni terribili. Ma non tutto è così generico nei testi a disposizione degli elettori. Sull’altro tema, quello del settore pubblico, il programma del Pd dice cose non banali. Dopo aver sottolineato con enfasi i danni che l’inefficienza del settore provoca al sistema Italia, ne individua la causa in un aspetto politicamente molto delicato: quello delle retribuzioni e delle carriere che procedono per meccanismi automatici, ignorando meriti individuali e qualità del lavoro svolto. Certo, niente di particolarmente originale: da decenni carriere e retribuzioni nei paesi più avanzati sono agganciate con successo a indicatori di risultato. La novità infatti è politica: il Pd propone meccanismi meritocratici ben sapendo quanto sono sgraditi a una parte importante del suo elettorato più tradizionale e ad ampie componenti del mondo sindacale. Il Pd corre consapevolmente il rischio di modificare in senso riformista il proprio elettorato per ottenere consenso su una essenziale e sempre rimandata “riforma strutturale”. Caso raro nella politica italiana recente.
Nel confronto, il programma del Pdl sembra più interessato a rassicurare i suoi elettori tradizionali, con una attenzione particolare a quelli leghisti. In uno dei pochi passaggi in cui il programma rinuncia ad elencare slogan di consolidata tradizione berlusconiana, lo fa per annunciare un’azione davvero specifica: il Parlamento – assicura il Pdl – approverà la proposta di federalismo fiscale adottata dal Consiglio Regionale Lombardo il 19 giugno 2007. E’ una proposta di federalismo molto leghista, poco solidale e piuttosto preoccupante, come ha scritto recentemente su questo giornale Giorgio Macciotta. Per il resto, elementi di novità nella visione politica del Pdl emergono meglio altrove, soprattutto nel libro di Giulio Tremonti sulla globalizzazione.
Ecco dunque una competizione elettorale con un partito di centro-sinistra che, correndo un rischio politico, accelera su temi dell’efficienza e del mercato, e uno di centro-destra che cerca di intercettare il diffuso malessere economico agitando le bandiere di una impraticabile prospettiva neo protezionista.
Alla fine, gli indecisi saranno pochi. A ben guardare le differenze ci sono, eccome.
* Da: La Nuova Sardegna, 10 aprile 2008, pagine 1/18