Krugman e le prospettive economiche dei nostri figli
La novità principale è la possibilità di (de)localizzare (offshore outsourcing, o offshoring) più facilmente di prima, quasi ovunque nel mondo, "pezzi" di molti processi produttivi: per esempio, servizi come contabilità, articoli per giornali, tutoraggio scolastico, radiologia (lettura di lastre), internal design, ecc.. Tutte cose che ieri sembrava obbligatorio fare in loco e che invece oggi -- dopo lo sviluppo delle Information and Communication Technologies (ICT) -- possono essere svolte "altrove", con notevole abbattimento di costi per le imprese e nessuna (o trascurabile) diminuzione nella qualità. Che conseguenze ha questo fenomeno sul nostro mercato del lavoro e sul nostro benessere? Non ci sono ancora risposte chiare a questa domanda: l'analisi economica dell'offshoring è ancora a uno stadio iniziale. Qualche giorno fa a Milano Paul Krugman ha dato un contributo importante alla discussione, precisando i contorni del problema. Con due principali conclusioni. Primo (buone notizie): è infondata la paura che il fenomeno dell'offshoring metta in crisi anche i lavoratori occidentali con alte qualifiche (è una paura basata sui ragionamenti piuttosto drammatici di un altro economista, Alan Blinder; ne ho scritto brevemente qui). Per Krugman, in media i lavoratori qualificati staranno meglio di prima, quelli non qualificati peggio. In questo senso, niente di nuovo rispetto alle aspettattive che si sono create nel mondo occidentale di fronte alla globalizzazione, e che sono alla base, per esempio, della strategia di Lisbona. (Il che non significa che alcuni lavori qualificati siano oggi al riparo da ogni pericolo; Krugman parla di medie, non di casi specifici: un radiologo "di routine" rischia più di un tassista, per intenderci; ma se investe per aumentare le proprie competenze della professione, si mette al riparo dai rischi e può tranne anche importanti benefici di reddito dalla situazione). Secondo (cattive notizie): molte più cose di prima possono essere prodotte in Asia (e, speriamo presto, anche in Africa). Il che significa: molti più lavori di bassa e media qualità (e qualche alta competenza) possono migrare fuori dai nostri confini. Altri lavori, soprattutto di alta qualità, verranno invece creati nei nostri mercati su pressione della domanda espressa proprio da Cina e India, alla ricerca di persone qualificate (non necessariamente in loco) per completare le proprie filiere produttive. Per Krugman, il probabile risultato complessivo di questa contemporanea creazione e distruzione di lavoro non è tranquillizzante, soprattutto dal punto di vista "politico". In sostanza, c'è il rischio che la maggior parte dei lavoratori occidentali possa ragionevolmente temere che il commercio internazionale determini conseguenze negative per la propria posizione lavorativa. In altre parole, l'apertura dei mercati avrà nemici più agguerriti che nel passato, quando i benefici del commercio si diffondevano in modo automaticamente più ampio tra i lavoratori. Questo è un grande problema, perché il protezionismo distrugge sempre ricchezza e rende più poveri il mondo intero e i singoli paesi. Ma è un problema che rimarrà irrisolto se troppi lavoratori percepiranno non una torta che cresce grazie al commercio, ma una fetta di quella torta (la propria) che diminuisce. Servono dunque meccanismi che garantiscano una distribuzione più equa dei (grandi) benefici generati della globalizzazione. Soprattutto, la società deve "assicurare" i lavoratori dal rischio disoccupazione, garantendo a tutti coloro che saranno costretti a cambiare lavoro un sostegno adeguato nel processo di accompagnamento verso nuove occupazioni a più alto valore aggiunto. Più in generale, dobbiamo mettere i nostri figli al riparo da questi rischi, senza rinchiuderci in un protezionismo miope. Torniamo dunque ai temi consueti, che ora appaiono persino più importanti: "welfare" e istruzione sono gli investimenti di cui abbiamo sempre più bisogno, e con maggiore urgenza di prima. Quali investimenti, esattamente? Non certo strampalati piani straordinari del lavoro o interventi che si illudono di poter ignorare le forze di mercato, né incentivi generici e inconcludenti alle imprese. Servono meccanismi di protezione sociale compatibili con il mercato, e serve incentivare la qualità nei sistemi dell'istruzione e della formazione. Nel mondo esiste una grande varietà di politiche che hanno perseguito esattamente questi obiettivi. In Italia e in Sardegna siamo in evidente ritardo. Per ricuperare terreno, la cosa migliore è individuare cosa ha funzionato e cosa no. inSardegna.eu dedicherà molta attenzione a questo tema, per dare un piccolo contributo a una questione di enorme importanza. Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo. |
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