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Scienziati di ventura: una recensione

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di Alessandro Mongili

Il libro di Andrea Mameli e di Mauro Scanu (Scienziati di ventura. Storie di cervelli erranti tra la Sardegna e il mondo, scienziatidiventura.blogspot.com ) ci mette di fronte, con immediatezza e freschezza, all'esperienza di chi ha scelto di fare ricerca all'estero (per poi magari tornare in Sardegna) come un'esperienza incarnata in vite concrete, in biografie, in sentimenti specifici. Però, il libro dà anche dell'accademia italiana – descritta dai suoi rescapés più o meno illustri - un'immagine che fa riflettere.


cuecAndrea Mameli e Mauro Scanu sono due giovani giornalisti specializzati in temi tecnoscientifici – ma Mameli è anche laureato in fisica – che ci mettono subito in pace con la categoria dei divulgatori scientifici, in genere troppo apologetici: i due non collocano la scienza nel mondo del mistero e della genialità ma in quello della realtà, di vite di persone vere, e ci rendono comprensibile e vicina la sua quotidianità. Quello che ci descrivono non è il fantasmagorico ed esotico mondo delle scoperte che fra dieci o vent'anni ci faranno andare in ufficio volando e ci libereranno da tutti i mali, ma un mondo che più ordinario non si potrebbe. Il loro lavoro è stato quello di raggiungere un numero rilevante di ricercatori sardi che lavorano all'estero (in tutti i Continenti ad eccezione dell'Africa), utilizzando senza saperlo il metodo a valanga, tipico della sociologia qualitativa, per poi intervistarli usando una semplice griglia di domande (e, per nostra fortuna di lettori, facendoli anche parlare liberamente). Comunque, il loro non è un lavoro sociologico anche se si può scorgere negli autori un interesse sociologico spontaneo. Non è sociologico perché si tratta di una raccolta di testimonianze che viene offerta al lettore accompagnata da qualche nota introduttiva e conclusiva, peraltro pertinenti e che ci arricchiscono di riferimenti interessanti al tema trattato.

La vera ricchezza di questo testo è contenuta proprio nelle testimonianze raccolte. Si tratta di quindici testimonianze di ricercatori sardi che lavorano all'estero e di quattro testimonianze di studiosi rientrati in Italia con le borse Moratti per il rientro dei cervelli.

La prima nota caratteristica delle testimonianze riguarda proprio la composizione del segmento analizzato. La “valanga” ha raggiunto 3 ingegneri, 3 fisici (di cui uno passato, e non mi sorprendo, alla moderna usurpatrice del Trono scientifico, la biologia), 4 biologi, 5 riconducibili alle neuroscienze, 1 geologo, 1 genetista e (unici rappresentanti delle scienze sociali) 3 economisti (di cui due fanno gli analisti finanziari più che i ricercatori). Nell'introduzione, si parla anche di un famoso studioso di linguistica sarda che ha lavorato all'Università di Grenoble ed ora è in pensione. È un problema capire se l'assenza delle scienze umane e sociali (ad eccezione dell'economia) corrisponda ai limiti della formazione del segmento intervistato oppure se  indichi, per queste discipline, qualche serio problema di formazione che renda i loro allievi poco competitivi sul mercato accademico internazionale.

La ricerca

Uno dei limiti delle interviste fatte agli emarginati da qualsiasi gruppo sociale è il fatto che, spesso, chi racconta della vita in quel gruppo – che ha abbandonato – tende a sottolinearne gli aspetti negativi. Spesso è utile alle persone per giustificare le scelte, gli abbandoni, le rotture. Il pregio, il grande pregio, risiede nel fatto che i marginali, gli espulsi, e anche chi accede per la prima volta a un'attività professionale o a un'organizzazione, non ha interesse a  giustificare l'esistente, ad addolcirne i contorni, insomma a legittimarlo. Il sociologo dovrebbe essere in grado di fare la tara dei due tipi di distorsioni. Nel nostro caso, fatta la tara, rimane nelle testimonianze la descrizione, estremizzata, di due mondi diversi nei loro meccanismi quotidiani di funzionamento, nei loro aspetti strutturali, in cui da una parte la ricerca è la normalità ed è socialmente apprezzata, e dall'altra è un “capriccio”, un'eccezione. Quello che colpisce negli scienziati di ventura sardi è il carattere secondario attribuito ai soldi a disposizione (che invece sono molto importanti) e l'importanza che viene data ad altre condizioni, fra cui primeggiano l'apertura, la mobilità e la responsabilizzazione. Socializzarsi alla ricerca in questi luoghi significa “abituarsi al confronto” continuo, ricevere una dotazione iniziale con cui  l'istituzione di ricerca ti dice che su di te sta investendo, incrementare la propria autostima e cominciare ad accettare le “sfide scientifiche”, cioè impegnarsi in temi di ricerca innovativi e infine pubblicare, per poi essere valutati soprattutto sui risultati della ricerca. Significa condurre ricerche su temi scelti in autonomia anche se spesso coordinati: significa essere più liberi sul lavoro ed allo stesso tempo essere più responsabili di quel che si fa. In tutte le testimonianze, l'esistenza di queste condizioni, cioè il riconoscimento del proprio lavoro scientifico e non del titolo pomposamente esibito o dei legami di gruppo o di “scuola”, motiva i ricercatori nella loro scelta d'espatrio ben più di ogni riconoscimento monetario, che eppure in genere è di molte volte superiore al nostro.

Lavorare in questi luoghi significa vivere in ambienti multiculturali e multietnici, in cui la sardità o la giapponesità (per dire) non hanno molto senso, come molte altre appartenenze che qui hanno invece un ruolo così importante, come la parentela, l'appartenenza politica o l'appartenenza di scuola (che già è una ragione più nobile). Intorno ai progetti di ricerca convergono individui che non mostrano il passaporto, con l'eccezione parziale della Francia e totale di paesi assenti, non a caso, da questo libro, ma anche dai vertici e dai ranghi medi della ricerca internazionale.

Il ripasso

Come molte atre rotture, anche questi “espatri” partono da un incidente biografico, che porta a mettere in questione il mondo che si lascia. Quasi tutti gli intervistati parlano di un Erasmus, di una borsa ricevuta, di uno stage fatto. È questo incontro con un altro modo di vivere la propria professione che motiva l'espatrio e scatena l'analisi del mondo che si abbandona. La critica più aspra riguarda la mancanza di valutazioni sulla qualità scientifica, l'apprezzamento del merito professionale e l'assunzione di persone incompetenti e prive di titoli accademici nelle Università italiane. Quella più profonda riguarda forse la conseguenza di queste scelte “diversamente meritocratiche”, cioè la scarsa presenza di filoni di ricerca innovativi, la scarsa creatività, comprensibile in una struttura così gerontocratica e gerarchica come la nostra, in cui si diventa ricercatori a 40 anni (esausti). Anche la didattica ne risente, sottolineano gli espatriati, con programmi datati, metodi di insegnamento arcaici e nei quali c'è poco spazio per l'interazione con gli studenti. In un mondo in cui “non ci sono stati mutamenti negli ultimi quindici anni”, all'etichetta “Università” sembra corrispondere un mestiere diverso da quello scoperto all'estero, in cui le attività principali sono il ripasso e fare le glosse ai “maestri”.

L'università italiana in Sardegna

Questo libro, nonostante il suo riferimento esplicito alla nostra realtà isolana, per il suo contenuto ci porta a focalizzare l'attenzione sul vero problema: l'università italiana, e la sua presenza in Sardegna.  Infatti, gli stessi intervistati sottolineano come Cagliari e Sassari abbiano gli stessi problemi degli Atenei continentali, con il 40% degli ordinari con più di 60 anni e tutte le tradizioni locali che conosciamo. In particolare, il problema è che da qui i cervelli vanno via, e non ne arriva nessuno da fuori, insomma il sistema è chiuso e ogni toppa che finanzi il ritorno dei ricercatori o l'apertura internazionale nel reclutamento si scontra con un muro di gomma che è quello del “ripasso” e delle regole diversamente meritocratiche. Occorre dire che nelle testimonianze la critica ai “baroni” è spietata, ma che questa critica non viene poi ripresa nelle parti curate dagli autori, troppo prudenti su questi punti. È vero, gli accademici sono molto (troppo) permalosi, però, in fondo, nelle testimonianze raccolte non si parla di peccatori particolari, ma di peccati generali. Qualcuno, alla fine, dovrà pure prendersi le responsabilità di quel che è accaduto nell'Università italiana!

Detto questo, non si possono però scambiare queste testimonianze con un'analisi della situazione universitaria. Si tratta di  discorsi che mettono in luce alcuni meccanismi di funzionamento della ricerca, estremizzandoli e assolutizzandoli, anche se si tratta dei meccanismi che rendono difficile un'attività di ricerca simile a quella che si può trovare in altri contesti. Non si può certo dire che in Italia non si faccia ricerca, però la si fa all'interno di condizioni generali che assomigliano molto a quelle descritte in queste testimonianze: un po' ostili.

by Alessandro Mongili last modified 2007-07-27 10:34

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