La velinite
Il 14 luglio scorso il Financial Times ha pubblicato un articolo sulla concezione arretrata della donna in Italia rispetto agli altri paesi occidentali, che si esprime in superficie con la cultura delle veline e dell’uso abnorme del corpo femminile nella pubblicità e, in profondità, con la più bassa presenza delle donne, quale emerge dai confronti internazionali, nei ruoli dirigenziali e di maggiore responsabilità. Uno sguardo dall’esterno rivelatore di una anomalia che, si afferma, può essere colta in pieno solo uscendo dall’Italia. Per questo l’articolo ha suscitato immediato interesse, colto dallo stesso Financial Times che è subito tornato in argomento per parlare del conseguente “intense debate on the role of women in the Bel Paese”: riteniamo utile riportare un abstract in italiano, un commento e i links a tutti i materiali pertinenti.
“Ambizione nuda” , di Adrian Michaels, Financial Times, 14 luglio 2007 [Abstract a cura di inSardegna.eu (a.a.)]
Come mai in Italia si trovano ragazze discinte e
perennemente sorridenti (stile veline) ovunque in tv e nei manifesti, mentre
all’estero (Inghilterra e Usa) il corpo femminile viene usato principalmente in
contesti pertinenti (es. pubblicità di biancheria intima), anche per non suscitare una
sicura indignazione nella gente? L’Italia sembra essere rimasta indietro, ad un’era ante-femminismo, rispetto ad altri paesi occidentali.
Per Graziella Parati, docente senior di letteratura comparata al Dartmouth College, USA, il femminismo italiano era persino più evoluto di quello Usa, in quanto enfatizzava la differenza e non la semplice uguaglianza, ma poi si è addormentato nel mainstream, nel “così vanno le cose”.
Secondo l’ILO (International Labour Organization) la presenza delle donne nel Parlamento e nella dirigenza pubblica colloca l’Italia al 45esimo posto entro un gruppo di 48 paesi (prima di Cipro, Egitto e Corea del Sud); secondo l’EPWN (European Professional Women's Network), tra gli amministratori delegati aziendali in Italia solo il 2 % è donna, contro il 23 % in Scandinavia e il 15 % negli USA.
Michaels avanza delle ipotesi sociologiche. Forse nudità femminile, sciovinismo maschile e carenza di impegno professionale delle donne sono parti differenti della stessa perdurante immagine italiana? Le mamme governano in casa, ma confinate in cucina a fare i ravioli mentre le figlie, da cui ci si aspetta poco professionalmente, cercano il successo attraverso fama e bellezza.
Secondo Laura Frati Gucci, a capo dell’Aidda, L’Associazione delle donne managers e imprenditrici, non è lo sciovinismo che ostacola la partecipazione al lavoro delle donne ma regole e tradizioni, insieme all’assenza di strutture (nidi d’infanzia, asili) e a orari sbagliati nelle scuole, che comportano il ricorso a baby sitter a tempo pieno con costi proibitivi. Un aspetto questo richiamato anche da Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, il quale ha rimarcato il primato negativo dell’Italia nei mancati ritorni al lavoro dopo la maternità.
Il part time in effetti è raro in Italia, e tanto meno è considerato accettabile nelle professioni di alta responsabilità. Secondo l’Ocse, I lavoratori part-time sono solo il 15 % in Italia rispetto al 21 % della Germania, al 23 % dell’UK e al 36 % dell’Olanda. Si parla di part-time complessivo perché il part-time maschile favorisce anche quello femminile, in quanto è difficile per una donna italiana gestire gli impegni familiari se gli uomini della famiglia lavorano a tempo pieno, per cui è costretta a rinunciare del tutto al lavoro.
A tutto ciò si sommano aspetti culturali che cominciano con il momento stesso della maternità: in Italia è infrequente trovare reparti ginecologici attrezzati per togliere il dolore del parto, secondo una concezione retrograda del parto naturale. Nella vita di ogni giorno poi orari di negozi e di banche mal si conciliano con le esigenze di una madre.
Le donne sono rimaste silenziose quando negli anni 80 è salita alla ribalta la tv commerciale di Berlusconi, l’italiano più ricco, che ha portato a un uso disinvolto della forma femminile, subito imitato dalla tv di Stato per non restare indietro nei rating. “La tv è nelle mani degli uomini – dice la Parati del Dartmouth College – e questo ricrea l’illusione rassicurante di quanto le donne possano essere soggiogate: Berlusconi ha ingigantito una mentalità già esistente”.
Il Censis in una sua ricerca pubblicata l’anno scorso, condotta su circa 600 televisioni, mostra l’importanza di questo mezzo nel veicolare ruoli e tipologie di donne lontani dalla realtà quotidiana e legati prevalentemente al futile, di cui la trasmissione “Striscia la notizia” è solo l’esempio più sorprendente per il suo successo e per lo spazio che i media ritengono di dover dare persino alle selezioni delle veline.
Vi è da considerare che nelle tendenze italiane contemporanee, secondo diversi intervistati, oltre a elementi sicuramente retrogradi entrano in gioco anche fattori culturali, come quelli di un peculiare senso dell’estetica e della bellezza legato alla storia e all’arte italiana, che orientano l’apparenza femminile socialmente desiderabile e la stessa vanità delle donne. Eppure sembra essere cambiato poco da quando, oltre cinquant’anni fa, Luchino Visconti realizzò “Bellissima”: una divertente e sconvolgente satira sull’ambizione materna di far diventare la propria bambina una stella del cinema, tanto da accettare qualsiasi imposizione, compromesso e furberia.
Link all'articolo originale
Link alla ripresa dell'argomento sul FT
Commento di Antonello Angius
Michaels tenta una radiografia tra il serio e il divertito della “velinite” italiana che imperversa nella pubblicità e nei modelli di una parte della società italiana. L'articolo sta suscitando reazioni vivaci. C’è chi ci vede un antico complesso di superiorità anglosassone, come se USA e Inghilterra non fossero inventori e campioni, nei media e nei mercati, del corpo femminile mercificato (dai tabloid popolari ad alcune riviste patinate). Ma la peculiarità italiana sta nelle pervasività del fenomeno, provata dai risultati delle campagne pubblicitarie e dalla audience dei programmi tv: le prorompenze femminili che all’estero servono per vendere reggiseni push up, da noi fanno vendere anche le valigie, che anche le donne comprano. Pregio dell’articolo è quello di offrire, in uno stile semplice e divertente, non solo interviste ma anche dati, fonti e una interpretazione non banale del fenomeno, che investe l'intera società e i veicoli di cultura italiani, a partire da una televisione che nel nostro paese continua a mantenere un potere mediatico preponderante ormai sconosciuto negli altri paesi occidentali.
Come si può vedere nel rapporto 2006 dell’EPWN (links a fondo pagina),
l’Italia è ultima in tutti i confronti sulla presenza femminile in azienda a
livello direzionale. E come si può vedere dalla ricerca del Censis 2006 sulle “diete
mediatiche” degli europei, il nostro paese è primo in termini di peso relativo
della televisione, in quanto a una alta fruizione del mezzo televisivo si
sommano una relativamente bassa fruizione di internet, dei libri, dei
quotidiani e della radio. E parliamo di una televisione che, al di la della qualità
dei programmi (un confronto difficile, che probabilmente non vedrebbe l’Italia
perdente), è certamente portatrice non-sana della “velinite”, divenuta
epidemica con il Berlusconi-untore, oltre che di consenso elettorale da parte delle casalinghe a Forza Italia (le rilevazioni ITANES sul comportamento elettorale degli italiani dimostrano la stretta correlazione fra la condizione di casalinghe teledipendenti dei canali Mediaset e voto a Forza Italia).
Il mix di fattori che Michaels prova a tratteggiare per la spiegazione dell'epidemia è di grande interesse sociale oltre che sociologico, e per questo merita una linea di approfondimento e di dibattito ampia e protratta, anche attraverso dati sulla Sardegna che troveranno risalto su questo sito.
Commento di Michele Carboni, 4 agosto 2007
Lavoro a Londra, nel cuore della City, da qualche mese e per l’accordo che giustifica la mia presenza oltremanica (una borsa di studio-lavoro) dovrei lavorare dalle 4 alle 6 ore giornaliere. Metto le mani avanti e gioco d’anticipo rispetto ad un possibile futuro articolo del Financial Times sulla pigrizia degli italiani: mensilmente faccio piu’ ore di quante dovrei farne. Fatte volentieri, per una lunga serie di motivi. L’articolo del Financial Times sulla “velinite”, morbo che avrebbe trasformato le donne italiane in qualcosa di non particolarmente piu’ significativo di una bomboniera o di un patetico mazzo di mimose (regalato fuori stagione), mi ha causato non pochi – per quanto diplomatici (inglesi e piemontesi, falsi e cortesi?) – incidenti. Essendo al momento coniugato al singolare (sono “libero”), la curiosita’ dei miei esaminatori (molti dei quali sanno dell’esistenza della Sardegna solo per “merito” di alcuni voli low-cost che collegano l’isola al mondo che conta) si e’ rivolta verso le altre donne (italiane) della mia vita. Ed e’ qui che li ho delusi: mia madre (lavoratrice oltre che angelo del focolare) a 40 anni ha deciso di fare l’Universita’. A 40 anni, un’eta’ in cui normalmente una donna italiana dovrebbe passare il tempo a mescolare pentoloni di sugo al pomodoro per orde di uomini pigri, svogliati e ingrati – marito, figli, nipoti, vicini di casa e semplici passanti, oltre all’immancabile Zio Santuzzo – e a cotonarsi i capelli nel vano tentativo di nascondere le corna (gli italiani non sanno essere fedeli, e’ scientifico).
Delusi dalla totale assenza di fascino mediterraneo di mia madre (l’eccezione che conferma la regola?), ho dovuto passare in rassegna altri esemplari di questa strana specie (che in quanto ad attivita’ celebrale apparterrebbe dunque al regno minerale). Purtroppo anche nella mia facolta’, i migliori risultati venivano conseguiti da studentesse, nessuna delle quali sognava (sogna o ha mai sognato) di fare la velina o di sposare un calciatore. E queste ragazze, difficile crederlo, non sono tedesche in esilio ma italiane da generazioni.
La generalizzazione in certi campi e’ la morte delle idee (e non lascia buoni eredi). In Italia le donne devono faticare di piu’, sono sottorappresentate e spesso discriminate: le pari opportunita’ restano un obiettivo e non un dato di fatto. Ma sostenere che nel nostro Paese la donna sia solo un oggetto sessuale, e’ ingiusto. Prima di tutto per rispetto alle donne italiane (alcune delle quali da madri sono capaci di educare i figli al rispetto degli esseri umani – inglesi e svedesi compresi) e, in secondo luogo, per rispetto a un’importante fetta della popolazione maschile che ama e rispetta le donne per piu’ di due volte a settimana (frequenza che, secondo un recente sondaggio francese, ci colloca al terzo posto nella classifica degli amatori – mica male!).
L’articolo di Adrian Michaels ha un grande difetto: contiene quello che in fondo una parte di inglesi ed europei si aspettano di leggere sull’Italia. Su quanto gli italiani siano pittoreschi e arcaici. Col pelo mediterraneo che spunta da una camicia aperta su un torace olivastro, con immancabile catena d’oro e croce in bella vista.
La banalita’ non sta nel tema, ma nel modo in cui viene trattato. La solita cartolina in bianco e nero da un Paese che non riesce ad evolversi.
Esistono degli italiani che certe riflessioni le sanno fare (e le fanno) anche senza l’illuminazione dell’avanguardia pura di Michaels (che ha vissuto tre anni in Italia ma che molto probabilmente sapra’ dire giusto “cappuccino” e “Materazzi” con l’accento di Don Lurio).
Chiedersi poi da quale pulpito viene la predica dovrebbe essere assolutamente legittimo e non, come replica sempre la testata britannica, una sorta di rigurgito nazionalista.
E quindi: giusto tre brevi considerazioni, per constatare quanto limitati siano certi luoghi comuni.
E’ inutile pretendere che i latini siano puntuali perche’ si presenteranno sempre in ritardo e con qualche scusa improponibile? Al suo primo giorno di stage, il Principe William si e’ presentato con tre ore di ritardo. Motivo: “traffico” (almeno i latini in media hanno piu’ fantasia).
Il fair-play inglese e l’impeccabile rispetto delle regole?
Al calciatore Rooney (gloria nazionale), e’ stato proibito di tenere corsi per gli adolescenti, e le associazioni dei genitori minacciano puntualmente di chiedere lo spostamento delle partite in diretta al termine della fascia protetta per i minori, dopo le 21. Il motivo? Molto semplice: Rooney e’ uno dei peggiori cafoni mai visti, rognoso, attaccabrighe e sboccato.
Infine, che dire della proverbiale riservatezza inglese e del loro disinteresse verso le “finte” celebrita’? Un ricordo, come l’Impero (o come il sole quando passi l’estate in questo Paese). Vivendo a Londra, e’ impossibile non essere a conoscenza dello stato di degrado mentale nel quale versa Paris Hilton (che tra l’altro, dato che non trascurerei, e’ americanissima). Per non parlare di un altro vanto nazionale: Victoria Bechkam. L’erede morale di Rosa Luxembourg. Piu’ che un essere umano, un vero e proprio simbolo, un faro di speranza nel buio che avanza. La luce, l’ENEL!
Mal comune mezzo gaudio? Assolutamente NO. Ma allo stesso modo piacerebbe, soprattutto quando si vive all’estero, essere trattati con meno superficialita’. Qualche anno fa, Tobia Jones e’ riuscito a raccontare l’Italia che ha visto (e che ha studiato e indagato, oltre che amato) in un bel libro (“Il cuore oscuro dell’Italia”). La differenza sostanziale tra la sua trattazione e l’articoletto estivo di Michaels? La volonta’ (e l’onesta’) di guardare l’Italia anche con gli occhi degli italiani; non fermarsi alle apparenze e a considerazioni surgelate e scadute; la volonta’ di capire.
Commento di Antonello Angius, 6 agosto 2007
Capisco l'irritazione di Michele Carboni, le cui osservazioni, in quanto frutto di esperienze personali, sono incontestabili. Mi sembra giusto tuttavia rimarcare che:
- l'articolo di Michaels segue uno standard giornalistico elevato perchè contiene citazioni di dati e di fonti, non solo interviste (peraltro si tratta di interviste a serie ed esperte interlocutrici italiane: sono loro a confermare la malattia che qui abbiamo chiamato "velinite"!). Dunque è un articolo coerente con l'etichetta di inSardegna, per questo ne ho fatto un abstract in italiano comprensivo dei dati originari, rispetto ai quali ho cercato e aggiunto i link degli studi citati nel testo;
- i pregiudizi degli inglesi sugli italiani a mio avviso sono un altro tema, da tenere distinto. Posso immaginare che molti inglesi autoalimentino dei pregiudizi di superiorità anche a seguito della lettura dell'articolo di Michaels. Ma ripeto, è un'altra questione;
- quando si descrive un fenomeno se non si è degli esperti bisogna ascoltare interlocutori esperti e citare dati. Michaels lo ha fatto, a differenza di altri suoi colleghi. Pochi giorni fa ad esempio una giornalista del Times ha scritto un articolo entusiasta sulla sanità italiana dopo che il fratello era stato curato (benissimo) nel pronto soccorso di un ospedale italiano di provincia (Todi). Ha anche scritto che la sanità inglese dovrebbe imparare da quella italiana: qualche lettore inglese in questo caso avrà letto con ammirazione, ma alcuni italiani anglofoni inserendo i loro commenti sul Times hanno prontamente fatto notare che è un pregiudizio alla rovescia. Certo alcuni ospedali italiani di provincia del centro-nord sono dei gioielli: ma se la toilette del pronto soccorso di Tolmezzo (dove accompagnai un amico) è simile a quella di un hotel a cinque stelle, il cesso del pronto soccorso del Brotzu fa vomitare, come tanti altri! Non si può parlare della sanità italiana citando solo esperienze personali (una!), come ha fatto la giornalista del Times, senza DATI su liste d'attesa, percentuali di infezioni ospedaliere, rapporti perversi con la sanità privata, tempi e standard di degenza .... Stesso discorso sul tema del ruolo delle donne nella società italiana. Altrimenti si rischia di scadere al livello di Feltri (Libero) che senza discutere i dati forniti da Michaels (figurarsi) lo ha liquidato con dei contro-pregiudizi anti-inglesi.
Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo.