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Non occorrono altri poteri speciali

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di Alberto Azzena *

Non occorrono altri poteri speciali: bisogna saper esercitare quelli esistenti.


Due colleghi ed amici coi quali di solito mi trovo in sintonia di pensiero hanno scritto contestualmente giorni fa sulla Nuova le loro opinioni, uno sull'eterna questione della specialità e l'altro sul pure fondamentale problema del rispetto della legge anche quando impone soluzioni inadeguate o addirittura dannose (ma si sa: summum jus summa injuria).

Paolo Fois ha ribadito la derivazione dell'esigenza di poteri particolari per la Sardegna da ragioni culturali e identitarie; Benedetto Ballero ha individuato come negativa e causa di insuccesso la propensione del governatore Soru a non tenere in gran conto le leggi (pur proclamando di voler rispettare le sentenze che le applicano).

Con Ballero concordo su un punto sul quale solitamente dissento. Non limita, infatti, il suo discorso sulla legge statutaria a una difesa delle prerogative del Consiglio, ma lo allarga a quella che viene solitamente definita cultura della legalità.

Gli esempi che Ballero fa (signorilmente tacendo i più imbarazzanti) a supporto dela sua idea che molti degli insuccessi dell'attuale governo regionale siano dovuti proprio all'aver tenuto in non cale le leggi e persino la Costituzione sono eloquenti e rendono la tesi inconfutabile.

Anche se non debbono far dimenticare la non comune capacità di iniziativa del presidente Soru, specie a paragone di molti governi regionali precedenti, che hanno delegittimato il Consiglio e l'intera Regione, e i risultati che ha ottenuto quando non ha ignorato le leggi (ad esempio, riforma degli enti-carrozzone e razionalizzazione della formazione professionale).

Le leggi, è bene ricordarlo, sono espressione di un potere normativo che si è voluto allocare a un determinato livello, cioè concedere a una comunità di una certa dimensione, comunale, provinciale, regionale, statale o addirittura costituzionale. Ragion per cui violare la norma (legislativa o meno) significa disattendere e contestare la decisione di coloro cui spetta di prenderla, cioè, chiamando le cose col loro nome, violare la democrazia.

Questo non sembra essere nel patrimonio genetico culturale del Governatore, forse per la sua estrazione economicistica che lo porta a voler superare quelli che gli appaiono inutili formalismi quando l'applicazione della legge porta a soluzioni da lui non condivise (il che è errato anche se fossero dannose oggettivamente); sembra cioè non percepire che la democrazia è fatta per portare a soluzioni che accontentano (anzi, meglio, che piacciono) ai più (maggioranza) e non a quelle migliori in assoluto (anche perché non si sa chi è abilitato a certificare che siano tali); di modo che quando la maggioranza di quelli a cui compete la decisione decide in un certo modo (ad esempio facendo una legge) il sacrosanto diritto di critica non si può esprimere ignorando o peggio prevaricando la loro volontà.

Venendo a Paolo Fois, che riafferma un'idea largamente condivisa, ma non per questo, ritengo, meno dannosa, ne dissento più radicalmente.

La mia esperienza teorico-pratica di cose regionali mi porta, infatti, a osservare che se l'identità (culturale) dei sardi è diversa da quella degli abitanti di altre regioni, quantomeno vale la reciproca, con la conseguenza che anche le altre regioni avrebbero diritto a un ordinamento speciale adatto alle loro esigenze e al loro modo di sentire.

Senza dire che se tutto dipendesse dall'identità culturale, si dovrebbe prima stabilire se la nostra di sardi non ci renda più affini, ad esempio, ai catalani e portare quindi, non tanto paradossalmente, a un'annessione alla Spagna, sulla base appunto dell'assioma che fa dipendere la statualità dalla nazionalità, per cui tutti i popoli accomunati da una certa cultura debbono far parte della stessa organizzazione statale (laddove invece lo Stato è semplicemente una forma organizzativa, ragion per cui ogni Stato si è formato storicamente per le ragioni politiche più varie).

Inoltre, non è detto che i diretti interessati prendano le decisioni migliori (a livello locale valga l'esempio dei rifiuti di Napoli cui l'autonomia locale sempre rivendicata ha fallito e il problema è stato risolto dal Governo centrale); mentre è vero che quando la decisione spetta a chi ne risente gli effetti questi è più responsabilizzato (oltre a non subire effetti negativi di decisioni non sue, che è ingiusto).

Al fondo, dunque, la questione non è di ottenere poteri speciali, ma di esercitare bene quelli che si hanno (anche se comuni ad altre Regioni). E v'è perciò da domandarsi se in più di cinquantanni di autonomia (speciale) ciò sia avvenuto e soprattutto se il Governo centrale non avrebbe fatto anche meglio (ma l'autonomia delle Regioni speciali si è sviluppata grazie allo stimolo delle più evolute ordinarie).

E senza dimenticare, inoltre, che per far fronte alle esigenze peculiari di ogni regione non bastano i poteri, ma sono necessarie le risorse (comunque ottenute, dato che anche il federalismo fiscale finisce per essere una concessione statale, ma questo è un discorso assai più lungo). E che le risorse ottenute vanno spese bene, nel senso che essendo concesse per raggiungere un certo grado di sviluppo non possono essere nuovamente chieste una volta constatato che sono state impiegate male proprio perché, essendo state gestite dai diretti interessati, non si può imputare l'insuccesso a chi le ha messe a disposizione (in base al principio primordiale che chi sbaglia paga e reciprocamente che chi paga, se non comanda, ha almeno il diritto di chiedere conto).

E proprio qui sta il senso anche originario dell'autonomia speciale della Sardegna (e non solo): la concessione di risorse aggiuntive (si ricordi il Piano di rinascita) per colmare o attenuare il gap che la separava da altre regioni, ancor prima che la concessione dei poteri per amministrarle autonomamente. Forse anche l'insularità, che pure viene tenuta in considerazione a livello europeo, incide meno di quanto si pensi, potendo ora il mare essere visto piuttosto come una risorsa, persino nei trasporti, che sono ritenuti meno costosi via acqua che via terra.


* Da: La Nuova Sardegna, 26 settembre 2008

by Alberto Azzena last modified 2008-09-26 09:54

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