Non occorrono altri poteri speciali
Non occorrono altri poteri speciali: bisogna saper esercitare quelli esistenti.
Due
colleghi ed amici coi quali di solito mi trovo in sintonia di pensiero hanno
scritto contestualmente giorni fa sulla Nuova le loro opinioni, uno sull'eterna
questione della specialità e l'altro sul pure fondamentale problema del
rispetto della legge anche quando impone soluzioni inadeguate o addirittura
dannose (ma si sa: summum jus summa injuria).
Paolo Fois ha ribadito la derivazione dell'esigenza di poteri particolari
per la Sardegna da ragioni culturali e identitarie; Benedetto Ballero ha
individuato come negativa e causa di insuccesso la propensione del governatore
Soru a non tenere in gran conto le leggi (pur proclamando di voler rispettare
le sentenze che le applicano).
Con Ballero concordo su un punto sul quale solitamente dissento. Non
limita, infatti, il suo discorso sulla legge statutaria a una difesa delle
prerogative del Consiglio, ma lo allarga a quella che viene solitamente
definita cultura della legalità.
Gli esempi che Ballero fa (signorilmente tacendo i più imbarazzanti) a
supporto dela sua idea che molti degli insuccessi dell'attuale governo
regionale siano dovuti proprio all'aver tenuto in non cale le leggi e persino
la Costituzione sono eloquenti e rendono la tesi inconfutabile.
Anche se non debbono far dimenticare la non comune capacità di iniziativa
del presidente Soru, specie a paragone di molti governi regionali precedenti,
che hanno delegittimato il Consiglio e l'intera Regione, e i risultati che ha
ottenuto quando non ha ignorato le leggi (ad esempio, riforma degli
enti-carrozzone e razionalizzazione della formazione professionale).
Le leggi, è bene ricordarlo, sono espressione di un potere normativo che
si è voluto allocare a un determinato livello, cioè concedere a una comunità di
una certa dimensione, comunale, provinciale, regionale, statale o addirittura
costituzionale. Ragion per cui violare la norma (legislativa o meno) significa
disattendere e contestare la decisione di coloro cui spetta di prenderla, cioè,
chiamando le cose col loro nome, violare la democrazia.
Questo non sembra essere nel patrimonio genetico culturale del
Governatore, forse per la sua estrazione economicistica che lo porta a voler
superare quelli che gli appaiono inutili formalismi quando l'applicazione della
legge porta a soluzioni da lui non condivise (il che è errato anche se fossero
dannose oggettivamente); sembra cioè non percepire che la democrazia è fatta
per portare a soluzioni che accontentano (anzi, meglio, che piacciono) ai più
(maggioranza) e non a quelle migliori in assoluto (anche perché non si sa chi è
abilitato a certificare che siano tali); di modo che quando la maggioranza di
quelli a cui compete la decisione decide in un certo modo (ad esempio facendo
una legge) il sacrosanto diritto di critica non si può esprimere ignorando o
peggio prevaricando la loro volontà.
Venendo a Paolo Fois, che riafferma un'idea largamente condivisa, ma non
per questo, ritengo, meno dannosa, ne dissento più radicalmente.
La mia esperienza teorico-pratica di cose regionali mi porta, infatti, a
osservare che se l'identità (culturale) dei sardi è diversa da quella degli
abitanti di altre regioni, quantomeno vale la reciproca, con la conseguenza che
anche le altre regioni avrebbero diritto a un ordinamento speciale adatto alle
loro esigenze e al loro modo di sentire.
Senza dire che se tutto dipendesse dall'identità culturale, si dovrebbe
prima stabilire se la nostra di sardi non ci renda più affini, ad esempio, ai
catalani e portare quindi, non tanto paradossalmente, a un'annessione alla
Spagna, sulla base appunto dell'assioma che fa dipendere la statualità dalla
nazionalità, per cui tutti i popoli accomunati da una certa cultura debbono far
parte della stessa organizzazione statale (laddove invece lo Stato è
semplicemente una forma organizzativa, ragion per cui ogni Stato si è formato
storicamente per le ragioni politiche più varie).
Inoltre, non è detto che i diretti interessati prendano le decisioni
migliori (a livello locale valga l'esempio dei rifiuti di Napoli cui
l'autonomia locale sempre rivendicata ha fallito e il problema è stato risolto
dal Governo centrale); mentre è vero che quando la decisione spetta a chi ne
risente gli effetti questi è più responsabilizzato (oltre a non subire effetti
negativi di decisioni non sue, che è ingiusto).
Al fondo, dunque, la questione non è di ottenere poteri speciali, ma di
esercitare bene quelli che si hanno (anche se comuni ad altre Regioni). E v'è
perciò da domandarsi se in più di cinquantanni di autonomia (speciale) ciò sia
avvenuto e soprattutto se il Governo centrale non avrebbe fatto anche meglio
(ma l'autonomia delle Regioni speciali si è sviluppata grazie allo stimolo
delle più evolute ordinarie).
E senza dimenticare, inoltre, che per far fronte alle esigenze peculiari
di ogni regione non bastano i poteri, ma sono necessarie le risorse (comunque
ottenute, dato che anche il federalismo fiscale finisce per essere una concessione
statale, ma questo è un discorso assai più lungo). E che le risorse ottenute
vanno spese bene, nel senso che essendo concesse per raggiungere un certo grado
di sviluppo non possono essere nuovamente chieste una volta constatato che sono
state impiegate male proprio perché, essendo state gestite dai diretti
interessati, non si può imputare l'insuccesso a chi le ha messe a disposizione
(in base al principio primordiale che chi sbaglia paga e reciprocamente che chi
paga, se non comanda, ha almeno il diritto di chiedere conto).
E proprio qui sta il senso anche originario dell'autonomia speciale della Sardegna (e non solo): la concessione di risorse aggiuntive (si ricordi il Piano di rinascita) per colmare o attenuare il gap che la separava da altre regioni, ancor prima che la concessione dei poteri per amministrarle autonomamente. Forse anche l'insularità, che pure viene tenuta in considerazione a livello europeo, incide meno di quanto si pensi, potendo ora il mare essere visto piuttosto come una risorsa, persino nei trasporti, che sono ritenuti meno costosi via acqua che via terra.
* Da: La Nuova Sardegna, 26 settembre 2008