Pd sardo: Soru da solo non basta
In una società complessa l’ipotesi di governare il cambiamento con un «uomo solo al comando» non funziona. Il rischio di sottovalutare le «tecnicalità», che trasformano una felice intuizione in una positiva, e condivisa, azione di governo, è sempre dietro l’angolo. La legge di tutela delle coste è tra i risultati più positivi. Come spesso accade, quando si interviene in modo radicale, un giusta intuizione è stata accompagnata da qualche errore. È lesa maestà riconoscerli e utilizzare la parte finale della legislatura per correggerli?
È facile concordare con Marcello Fois sull’autolesionismo del Pd, per il suo «dividersi seccamente, senza se e senza ma», nella scelta del prossimo Presidente della Regione. Non condivido, invece, la motivazione del suo sostegno a Soru. Motivazione anche in questo caso «senza se e senza ma», fondata sull’appeal «mediatico di mister Tiscali (che) è un dato inedito della politica locale». Io penso che si debba avere un approccio meno personalistico e più politico.
Da troppo tempo in Italia si privilegia la
componente «mediatica» che è un aspetto dell’attività politica ma non
può esserne il centro. Governare significa, in primo luogo, compiere
scelte, anche impopolari, coerenti con la visione strategica che si ha
dello sviluppo della Sardegna.
Soru è risultato vincente nel 2004
perché ha saputo prospettare un’ipotesi di sviluppo dell’isola che si
ricollegava alla parte più positiva dell’esperienza autonomistica:
quella per il Piano di Rinascita, una politica che fondava il rilancio
dell’isola non su «benevole» elargizioni ma sulla mobilitazione di
tutte le forze sociali e intellettuali.
Si sono impostate azioni per l’ambiente, per il risanamento finanziario, per la razionalizzazione della Pubblica Amministrazione, per la formazione e la cultura, che hanno parlato all’opinione pubblica e agli interessi organizzati della società sarda.
Intorno a Soru si saldò, in fase di elaborazione del programma e di impostazione della campagna elettorale, una squadra che raccoglieva alcune tra le forze più vive della società e della cultura, ivi compresi quei militanti politici che concepivano il proprio impegno come servizio disinteressato.
Il programma non è rimasto scritto su un libro. È divenuto azione di governo e ha consentito di ottenere risultati di cui sarebbe utile discutere, che devono garantire continuità dell’azione di rinnovamento.
Tutto bene dunque? Come dimostrano le più recenti prove elettorali e il malessere crescente nello schieramento vincente, qualcosa non ha funzionato nel messaggio comunicativo e nell’azione di governo.
Soru ha diritto di lamentarsi della «guerra di logoramento» che una parte dello schieramento di maggioranza ha intrapreso il giorno dopo la vittoria elettorale. Deve però riconoscersi che anche nell’azione di direzione ci sono stati errori e che il peggior risultato è stato realizzato nella costruzione di una nuova classe dirigente.
In una società complessa l’ipotesi di governare il cambiamento con un «uomo solo al comando» non funziona. Il rischio di sottovalutare le «tecnicalità», che trasformano una felice intuizione in una positiva, e condivisa, azione di governo, è sempre dietro l’angolo. La legge di tutela delle coste è tra i risultati più positivi. Come spesso accade, quando si interviene in modo radicale, un giusta intuizione è stata accompagnata da qualche errore. È lesa maestà riconoscerli e utilizzare la parte finale della legislatura per correggerli?
L’azione per recuperare il controllo del bilancio è stata condotta da un tandem (Renato Soru più Francesco Pigliaru) che ha conquistato un risultato francamente imprevedibile. È possibile riconoscere, autocriticamente, che la forzatura sulla copertura del rendiconto 2006 (con la prevista sanzione della Corte Costituzionale) ha rischiato di offuscare quel risultato? È possibile riconoscere che la rottura del tandem che aveva guidato la politica di bilancio è stato un errore grave?
Non mi sono mai pentito di essere stato tra quei politici che hanno contribuito a far maturare e prevalere, per le regionali del 2004, la candidatura di Soru. Ma non ho mai rinunciato ad avanzare critiche di merito, per migliorare l’azione di governo.
Oggi occorre partire da un bilancio del lavoro svolto, dalla ricostruzione delle ragioni del palpabile malessere, dalla correzione dei principali errori di merito e di metodo.
Il Partito Democratico deve promuovere questa analisi.
La discussione sugli uomini non può precedere quella sulle politiche.
Se questo lavoro non sarà compiuto non c’è speranza per nessuno. I
candidati alternativi (anche Tore Cherchi, la cui storia di
autorevolissimo parlamentare non meritava il giudizio liquidatorio di
Marcello Fois) sono destinati alla sconfitta. L’uomo giusto non basta.
Contrariamente a quel che pensa Marcello Fois, occorrono un programma e
uno schieramento politico adeguati alla vittoria.
Chiunque sia interessato a non riconsegnare la Sardegna alla destra, che già ha dato pessima prova di sè, ha il dovere di chiedere, «senza se e senza ma», che questo lavoro sia compiuto.
* Da: La Nuova Sardegna, 26 giugno 2008, pp. 1-20