Risarcimenti italiani alla Libia: le ipocrisie e furbizie di un accordo
I contenuti reali dello storico trattato in una analisi
ripresa da Limes: come risarcire senza risarcire e come pentirsi senza dire di che.
A differenza delle ricette gastronomiche, quelle degli
accordi politici possono comprendere ingredienti totalmente finti, accanto a presentazioni
che andrebbero lette con l’avvertenza comune a tante confezioni alimentari: “L’immagine
ha il solo scopo di presentare il prodotto”.
Così, l’accordo siglato da Berlusconi e Gheddafi un’anno fa, il 30 agosto 2008, e ratificato nel febbraio 2009 dal Parlamento italiano senza alcuna eco rilevante nei media e nella politica, presenta degli impegnativi ingredienti virtuali: il colonialismo italiano, più povero di quello delle grandi potenze del XIX secolo e concentrato in un unico continente esterno (quello africano con Eritrea, Somalia e Libia, a parte l’Albania e il Dodecaneso in Europa), ma nel suo piccolo non meno coinvolto in depredazioni, stupri e orrendi massacri; il riconoscimento nei confronti della Libia dei torti subiti; l’impegno a un futuro di amicizia a cooperazione con il paese della originale Gamahiryya, lo Stato delle masse.
Tutto questo, però, ha appunto il solo scopo di presentare il prodotto, che è composto da altro. Una approfondita analisi di Claudia Gazzini pubblicata da Middle East Report, tradotta e sintetizzata nei Quaderni Speciali di Limes (“Il mare nostro è degli altri”, 2009), rivela i contenuti reali dell’accordo.
Anzitutto, non c’è alcun reale riconoscimento dei torti e delle sofferenze inflitte da parte dell’Italia alla Libia: come dice la parola, riconoscere un torto significa in primo luogo esprimerlo e rappresentarlo, per poi fare ammenda. Nulla di tutto questo ha fatto l’Italia: nella generale reticenza sui crimini commessi da parte delle ex potenze coloniali, l’Italia era e resta al primo posto in fatto di rimozioni storiche. Per trovare dei documentari sui crimini commessi dagli italiani in Libia (come nei diversi teatri di guerra e di colonizzazione del primo ‘900) bisogna rivolgersi alla BBC o alla tv svizzera, non alla Rai. Il film del 1981 “Il leone del deserto”, riconosciuto di grande attendibilità storica da Denis Mack Smith, che rievoca documentalmente le deportazioni di donne, vecchi e bambini e celebra le gesta del partigiano e patriota libico Umar al-Muhtar, interpretato da Anthony Quinn, è tuttora di fatto censurato nel nostro paese e mai doppiato dall’inglese. E nessun governo italiano ha quantificato le vittime libiche della colonizzazione (circa 100 mila secondo le fonti storiche) nè espresso uno specifico rammarico, a differenza di quanto fatto, pur con molte reticenze, da Francia e Inghilterra per alcune proprie vicende coloniali.
Il bluff dei 5 miliardi
Quanto al sancito futuro di amicizia e cooperazione, in realtà Libia e Italia già cooperavano. Di nuovo c’è, è stato detto e scritto, l’ingente ammontare del risarcimento offerto dall’Italia: 5 miliardi di dollari (250 milioni annui per 20 anni). Ma chi come la Gazzini ha voluto scoprirlo, ha scoperto, leggendo una appendice al trattato resa disponibile in seguito, che tale somma è finanziata con un modesto prelievo del 4% sui profitti che saranno realizzati in Libia dall’ENI, che è già il principare operatore del ramo energia nel paese e lo resterà, in posizione protetta, almeno fino al 2047. Inoltre il “risarcimento” finanzierà opere che saranno realizzate esclusivamente da aziende italiane. Dunque: aiuti dal paese Y al paese X finanziati con parte dei profitti realizzati nel paese X da aziende del paese Y, e attivati a cura di aziende dello stesso paese che li elargisce. E’ un meccanismo contrattuale che richiama i tied aids, o aiuti condizionati, recentemente proibiti in Inghilterra. Si potrebbero anche chiamare aiuti furbi, o aiuti interessati, che all’Italia non costano nulla (anzi).
Una volta appurato che la presentazione del prodotto ha poco a che fare con i suoi contenuti reali, va detto che si è trattato di un piccolo-grande capolavoro di furbizia politica ed economica, che all’estero, nei commenti di alcuni diplomatici, ha suscitato disprezzo per la sua ipocrisia ma anche invidia per i suoi vantaggi.
Tutti sono contenti: l’Italia perché, al di là delle sceneggiate di un personaggio eccentrico come Gheddafi, rafforza il fatturato delle aziende italiane in Libia e nel contempo ottiene (forse) più collaborazione nel controllo di quella piccola quota di immigrati clandestini che transita via mare: è solo il 15 %, ma è quella che fa più notizia e incide sul consenso, perché ha il vizio di affogare nel mediterraneo o in alternativa di affollare i centri temporanei di concentramento anche con proteste.
Gheddafi da parte sua è contento perché nel proprio paese ha potuto presentare l’accordo come un risarcimento (anche se tale parola nell’accordo non c’è), in parte in opere ma soprattutto simbolico, che pone finalmente italiani e libici su un piano di parità, facendo stringere da Berlusconi la mano al figlio dell’eroe libico della resistenza al-Muhtar, impiccato a settant’anni dagli italiani brava-gente.
Anche l’opposizione politica italiana, a cominciare da Di Pietro, ha in qualche modo “monetizzato” il trattato italo-libico, scagliandosi contro lo spreco di risorse dei cittadini in favore di un bizzarro dittatore, non curandosi di informarsi sul fatto che il contribuente italiano in questo caso non sborsa un euro e liquidando con faciloneria il caso di un paese come la Libia, che è il più grande redistributore sociale di profitti petroliferi fra i paesi arabi: si veda in proposito l’interessante analisi, nello stesso Quaderno di Limes, di Karim Mezran sui motivi politico-sociali della stabilità del regime rivoluzionario libico, che offre gratuitamente servizi scolastici e sanitari a tutti, non ha impedito spazi di dissenso interno anche verso l’eccentrica Guida nazionale e contrasta l’islamizzazione del potere.
Ufficialmente in Italia il trattato con Gheddafi è stato presentato come un “Grande gesto”: un’espressione che all’estero potrebbe essere equivocata, alla ricerca di uno o più fra i gesti del caratteristico repertorio italiano, tanto famoso e illustrato nel mondo.