Tasse e seconde case: l'isola apra una via
"Chi inquina paga", dice un principio sacrosanto e ampiamente condiviso. Idem per l'anglossassone "No Taxation Without Representation". Le tasse sarde sull'ambiente (o sul lusso?) partono bene e finiscono male: chi inquina paga, sì, ma solo se non è residente (e dunque non vota e non è "rappresentato" nei luoghi politici nei quali si decide la tassa). Conseguenza: il problema di queste tasse è più grande di quel che sembra: sotto sotto, c'è una idea di federalismo fiscale preoccupante. Eppure, si poteva (e si può ancora) ottenere un gettito importante dalle seconde case evitando tutti questi problemi.
Diceva Thea Sinclair, grande esperta di economia del turismo: spesso le tasse turistiche creano più problemi di quelli che risolvono. Difficile non darle ragione dopo il severo giudizio del governo sulle tasse sarde, e dopo quasi due anni di discussione continua, di micro aggiustamenti, di confusione sulla loro vera natura (tasse sul lusso o a difesa dell’ambiente?). Ne valeva la pena?
Esistono validi motivi per adottare una tassa turistica. Per esempio, è ragionevole pensare che chi possiede una casa in luoghi di grande valore paesaggistico contribuisca a finanziare il bilancio della Regione che quei luoghi ha il dovere di preservare, anche attraverso politiche costose. Da quelle politiche, e dal “consumo” dell’ambiente, i proprietari di seconde case traggono in effetti concreti benefici (valore catastale e affitti alti, per esempio).
Questa è l’idea che ha motivato le tasse turistiche sarde. Perché l’attuale confusione, allora? Tra una buona idea e la sua realizzazione ci sono molte insidie, soprattutto quando si tratta di scelte politiche. Nella loro prima, frettolosa stesura di fine 2005, le tasse avevano alcuni difetti che si pensava di correggere durante la discussione della legge finanziaria. Così non è stato, e quei difetti sono ancora presenti nel testo in vigore.
Chi vota non paga: quale federalismo?
Il primo è che le tasse sulle seconde case tendono a duplicare tributi già esistenti nella normativa statale, e dunque, dice oggi il governo, mancano quelle caratteristiche di “diversità tipologica e di complementarietà rispetto ai tributi dello Stato” che oggi consentono a una Regione autonoma di esercitare potestà impositiva.
Il secondo difetto è la discriminazione a sfavore dei non residenti. Il ricorso del governo cita la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, “che impedisce trattamenti diseguali a fronte di situazioni soggettive equivalenti”. In effetti, perché a parità di “consumo” ambientale si tassano solo le case dei non residenti?
La risposta a questa domanda è poco tecnica e molto politica: i residenti sono esclusi perché votano nella regione; i non residenti pagano perché non hanno modo di esprimere il proprio parere attraverso il voto nelle elezioni locali.
Questa scelta politica è non solo poco coraggiosa, ma anche molto discutibile, perché di fatto propone che ogni comunità territoriale sia libera di tassare gli elettori altrui. Se l’esempio sardo si diffondesse, avremmo un pessimo federalismo fiscale. Un buon federalismo si basa, infatti, sul principio di autonomia responsabile. Il diritto alla potestà impositiva locale si basa sul fatto che il suo esercizio può essere ben controllato dalla comunità territoriale che quelle tasse paga. Se le tasse finanziano buoni servizi, tutto bene; altrimenti chi le ha proposte andrà a casa. Proprio il meccanismo che la discriminazione contro i non residenti aggira.
Come ottenere un gettito senza discriminare nessuno
La Regione deve allora rinunciare al contributo finanziario dei non residenti che posseggono seconde case? No. Inizialmente, gli attuali difetti delle tasse sarde (la duplicazione di tributi statali e la discriminazione) non erano pensati, almeno da alcuni, come caratteristiche irrinunciabili della proposta della giunta. Semmai si pensava, a torto o a ragione, che potessero rappresentare uno strumento per dare maggiore forza a una rivendicazione ambiziosa e giusta: quella di ottenere, per ogni regione, la compartecipazione al gettito Irpef pagato sulla rendita catastale (e sugli affitti) di ogni casa localizzata in quella regione, indipendentemente dalla residenza del proprietario. Per capirci: oggi un non residente onesto che affitta la casa in Sardegna paga tasse che affluiscono interamente a Roma. Se invece è residente, il 70% di ciò che paga rimane in Sardegna.
Paradossalmente, l’apertura di una nuova fase di interlocuzione istituzionale con lo Stato consente ora di riprendere con forza la battaglia per modificare quella regola in tutto il territorio nazionale, su impulso della Sardegna. Se la vincessimo, il gettito sarebbe notevole, e potrebbe crescere nel tempo lavorando sull’adeguamento dei valori catastali e combattendo l’evasione sugli affitti in nero. In più, una volta ottenuto quel gettito la Sardegna potrebbe rinunciare alle attuali tasse regionali, cancellando in un colpo i problemi associati alla duplicazione e alla discriminazione. Alla fine, tutti pagherebbero la stessa cifra per situazioni simili, e il 70% di tutto finanzierebbe il bilancio regionale.
La giunta e il presidente Soru hanno l’opportunità di dare un contributo importante al disegno di un federalismo moderno, giusto e attento all’ambiente. La determinazione non manca. Ne facciano buon uso.
Da: La Nuova Sardegna, 29 luglio 2007.
* Francesco Pigliaru è stato assessore al bilancio nella giunta regionale dal luglio 2004 all'ottobre 2006.
Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo.
Commento di Benedetto Ballero, 8 agosto2007
Condivido quanto affermato da Francesco Pigliaru nell'articolo in esame, con particolare riferimento alla corretta affermazione che una nuova politica fiscale della Regione, anche in un rapporto di leale collaborazione con lo Stato, nel solco del solidarismo fiscale, poteva e può essere perseguita senza inutili guasconate, ma con proposte serie e concretamente attuabili perchè costituzionalmente legittime.
In particolare è sicuramente corretto operare, come rileva Pigliaru, per ottenere "per ogni regione, la compartecipazione al gettito Irpef pagato sulla rendita catastale (e sugli affitti) di ogni casa localizzata in quella regione, indipendentemente dalla residenza del proprietario".
Ciò potrebbe essere opportunamente fatto eventualmente attuando anche una effettiva revisione delle rendite catastali delle case effettivamente di lusso, ed evitando comunque previsioni illegittimamente generiche di tassare tutto entro i "tre chilometri dalla costa" , con una mentalità da "decimazione" che porta ad includere, senza alcun senso logico, ad esempio le casette esistenti a Cagliari nella Marina o in via Sant'Efisio, o Azuni, o Porto Scalas, ed a fare altrettanto ad Alghero, Olbia, etc.
Altro che riferimento alla "capacità contributiva" voluta dalla Costituzione.
Vorrei però segnalare a Pigliaru, che certo lo ignora, che la prima volta che il Presidente Soru ha proposto l'istituzione di tasse regionali "sul lusso", delle quali, peraltro non vi era traccia sul programma di Sardegna Insieme, ero presente all'incontro, promosso con i segretari regionali dei partiti della coalizione - all'epoca Francesco Pigliaru era ancora Assessore alla Programmazione - ed in alternativa alla sua proposta comportante comunque la doppia tassazione e la violazione del principio di eguaglianza, proposi proprio quanto sopra indicato da Pigliaru, come strada percorribile, arrivando anzi ad affermare in più che, se si voleva proprio portare - perchè questo sembrava essere il proposito - simbolicamente lo scontro con lo Stato sino alla Corte Costituzionale, la decisione avrebbe potuto essere adottata anche unilateralmente con legge regionale che impugnata dal Governo avrebbe potuto costituire l'avvio di una azione comune da far proporre anche alle altre Regioni.
Nell'occasione, però, trattandosi certo di una proposta non clamorosa, fu obbiettato che si trattava di una proposta minimale e con scarso impatto anche economico, e comunque, venendo da chi nell'occasione, insieme ad Emidio Casula, rappresentava una formazione politica senza grandi numeri, quale lo SDI SU, venne lasciata cadere senza alcun seguito, non ripresa neppure dai grandi partiti DS e DL che, come sempre, all'epoca, assecondavano totalmente ogni proposta presidenziale.
E vennero varate proposte certo più impattanti che ora sono, con poche speranze di vita, davanti alla Corte Costituzionale, con la Sardegna che si sente attribuire una vena leghista
Commento di Stefano Campesi, 4 agosto2007
In riferimento all'articolo Tasse e seconde case, l'isola apra una via, rimango dell'avviso che utilizzare il termine "tassa" per questa tipologia tributaria non sia corretto soprattutto in riferimento al suo presupposto d'imposta. Ritengo che il termine tecnico più corretto sia quello di "imposta" sulle seconde case, alla stregua dell' I.C.I., che per l'appunto serve poi a finanziare il Comune in una serie di attività diversificate, comprendenti anche i servizi pubblici locali o come nel caso dell'IRPEF dove il fatto che il proprietario di un immobile è titolare di un bene che produce un reddito - rendita fondiaria o canone di locazione - lo sottopone al versamento dell'imposta e non per l'appunto ad una tassa.
Vorrei, inoltre, evidenziare l'ipotesi di estendere il prelievo ad altri soggetti passivi ricadenti nelle zone in cui opera l'applicazione del tributo in oggetto, quali attività commerciali e artigiane (e si ricordi che in talune zone turistiche spesso le prime hanno sede legale off Sardegna), in quanto traggono anch'esse sicuri benefici (diretti ed indiretti) dalle iniziative politiche regionali tese non solo a preservare il patrimonio ambientale ma anche a valorizzarlo. Non dimenticando, inoltre, che tali attività hanno sicuramente un più diretto impatto sull'ambiente per il quantum e il tipo di rifiuti che normalmente producono, tant'è che nei Comuni italiani la Tassa Rifiuti prevede tariffe a metro quadro molto più alte per le attività commerciali ed artigiane che per gli immobili adibiti ad uso abitativo.
Se tale discorso vale per le imprese commerciali ed artigiane, a maggior ragione l'imposta dovrebbe essere applicata anche alle imprese di tipo industriale che per natura ed impatto, generano "costi ambientali" molto rilevanti, riducendo significativamente (nei territori ove operano), i benefici ambientali e turistici godibili dagli altri soggetti possessori d'immobili in zone "più fortunate": una bella villetta a Sarroch nei pressi del mare e la stessa tipologia di immobile a Cala di Volpe, avranno magari catastalmente lo stesso valore e quindi la stessa imposizione, ma nella sostanza il mercato della compravendita e degli affitti genera prezzi con differenziali notevoli, penalizzando ulteriormente i possessori di immobili che insistono in zone di basso o nullo pregio ambientale e per le quali ben poco si potrà fare in futuro. In proposito una soluzione potrebbe essere quella di suddividere la Sardegna in zone dove l'imposizione è rapportata al pregio turistico ambientale, prevedendo in tal caso anche casi di esclusione o forte riduzione, sulla tipologia delle zone censuarie comunali previste dall'ICI, con cui può essere suddiviso il territorio comunale.
Relativamente alla tassa o imposta di soggiorno, a cui sono molto favorevole, mi piacerebbe che, invece, venisse chiamata "contributo" (definibile come un versamento a favore di enti pubblici che viene effettuato per ottenere servizi e/o vantaggi erogati in futuro), sia perché questa è la sua vera finalità, sia perché il termine tassa ed imposta hanno un significato negativo di per se, invece, il termine "contributo", ha un effetto più soft, si collega non tanto ad un prelievo che l'ente impositore richiede per il soggiorno, ma una compartecipazione contributiva (anche di tutti i Sardi, perché no?) per preservare, tutelare, valorizzare il patrimonio ambientale, fonte primaria di richiamo turistico e importante indice per la misurazione della qualità della vita dei sardi ivi residenti.
L'importante, è questo è sempre un punto dolente, comunicare poi come si sono spese le risorse acquisite con questi prelievi fiscali, e cioè cosa si è fatto e si farà per valorizzare, preservare, migliorare l'ambiente e renderlo più fruibile ai turisti ed agli stessi Sardi.
I percettori delle risorse: la Regione in primis e gli enti locali, dovrebbero comunicare come sono state programmate ed utilizzate queste nuove ed aggiuntive risorse finanziarie (che dovrebbero avere necessariamente un "vincolo di scopo"). Comunicazione che dovrebbe trovare eco sia in strumenti informativi come il "Bilancio sociale", sia attraverso opportune campagne pubblicitarie (manifesti, brochure, pubblicità di ringraziamento ecc.), che abbiamo impatto mediatico, soprattutto, nelle zone turistiche e nei periodi in cui la Sardegna è più visitata.