Le opposte tifoserie del Pd mettano da parte i contrasti
Proprio su questo giornale, a luglio, sollevai il problema di un bilancio della legislatura regionale partendo da tre questioni cruciali: bilancio, ambiente, politica istituzionale.
Oggi è facile affermare che se quei temi avessero costituito il centro di una rinnovata iniziativa politica, e se alcuni tra i leader del centrosinistra avessero evitato “uno scontro, tutto interno, intorno alla direzione del nascente Partito democratico”, si sarebbero evitati molti guai.
Per la segreteria regionale del Partito democratico c’è stato un confronto senza esclusione di colpi. Ci sono state pressioni per “scoraggiare” candidature e qualche evidente inquinamento del voto. Sarebbe stato, comunque, opportuno che i risultati fossero assunti come base per la costruzione del nuovo soggetto politico, che non può prescindere dall’impegno comune di entrambi gli schieramenti, la cui forza interna si è rivelata sostanzialmente equivalente. La vita del nuovo partito comincia, invece, tra polemiche e sospetti e, peggio, con malcelate volontà di continuare la guerra, per chiudere definitivamente la partita con Soru o per una rivincita di corto respiro.
Il referendum sulla Statutaria
Non meno preoccupante il quadro emerso dal referendum sulla legge statutaria, il cui impatto politico-istituzionale era stato del tutto trascurato dai dirigenti del PD, per la concomitanza dello scontro interno, e che si è concluso con un risultato che solo le opposte tifoserie possono esaltare come un trionfo della democrazia.
Solo 150.000 sardi hanno creduto alle fosche previsioni dei promotori della consultazione, che presentavano la legge come la fine della democrazia in Sardegna. Ancor meno (50.000) quelli che hanno creduto di doversi impegnare per difendere una legge che, nata male e conclusa peggio, ha rappresentato “una clamorosa occasione perduta”. Sono stati meno della metà di quelli che una settimana prima avevano votato per le primarie del PD che pure, a stare alle dichiarazioni dei suoi dirigenti, era unitariamente impegnato a sostenere la legge.
La normativa pasticciata sui referendum confermativi, complici la maggioranza di centrodestra della precedente legislatura ed un relatore incompetente, crea un’incertezza che può durare ancora a lungo, in attesa del giudizio della Corte costituzionale. Il TAR crea problemi al piano paesaggistico. Sulla legge finanziaria la discussione ripropone lo stanco confronto tra chi, dall’opposizione, rivendica “tutto e subito”, e chi, in maggioranza, si dedica a ritagliare piccoli vantaggi localistici. Sostanzialmente assente la consapevolezza, e la valorizzazione, dei risultati di questi tre anni: l’inizio di risanamento del bilancio, i risultati, quantitativi, della vertenza sulle entrate, una legge di tutela del paesaggio i cui obiettivi sono modello di molte altre istituzioni (non solo italiane), il piano sanitario che, senza sacrifici per i cittadini, mette sotto controllo la più rilevante posta di spesa regionale.
Il rischio di una crisi traumatica della legislatura
Le prospettive non sono esaltanti. Occorre che siano chiare, in primo luogo ai cittadini le alternative possibili. Le nuove regole istituzionali assegnano alla maggioranza uscita vincitrice dalle elezioni del 2004 la responsabilità di decidere quel che accadrà nei prossimi due anni. C’è la possibilità, che si intuisce da qualche maldestra dichiarazione, di proseguire lo scontro interno al PD sino a determinare la crisi traumatica della legislatura. Non più esaltante è la prospettiva di il trascinare stancamente la legislatura sino alla sua conclusione fisiologica alternando prove muscolari e compromessi nella gestione quotidiana del Consiglio regionale. C’è, infine, la possibilità di riprendere, con nuova lena, il cammino e rilanciare il programma e l’azione che aveva avviato il superamento del fallimentare bilancio della passata legislatura.
Il nodo è tutto interno al centrosinistra e, in particolare, al Partito Democratico.
Chi ha vinto la sfida interna non può non interrogarsi sulla profonda divisione che caratterizza i primi passi del nuovo partito, sul fallimento della mobilitazione per il referendum sulla statutaria, sulle responsabilità che competono a chi guida il maggior partito della maggioranza.
Chi ha perso ha il dovere di domandarsi se sia stato produttivo impegnarsi in uno scontro tutto interno ad un partito invece di concentrarsi sulle già evidenti emergenze di governo.
Solo un bilancio che parta da una convinta autocritica può consentire di ripartire. I problemi sul tappeto sono ancora quelli di luglio.
Per affrontarli occorre che vengano messi ai margini i tifosi dei due schieramenti (anche con qualche possibile, ed utile, operazione negli inquadramenti politici e istituzionali) e che si ragioni sul merito, utilizzando al meglio le competenze presenti nella società sarda.
Si può continuare a polemizzare sulla Statutaria senza affrontare, nell’obbligata pausa istituzionale, i temi dello Statuto speciale e del suo rapporto con la legge statutaria, del rapporto, anche costituzionalmente garantito, tra la Regione istituzione, il sistema delle Autonomie locali, i corpi sociali organizzati?
Ricostruire un quadro convincente in questa materia è condizione per quella leale cooperazione istituzionale e sociale, decisiva per lo sviluppo della Sardegna.
È anche la condizione per affrontare il tema del piano paesaggistico facendo prevalere non la cultura dei vincoli e del blocco ma quella della difesa dell’ambiente come condizione dello sviluppo, mobilitando in direzione di una simile scelta non solo gli uffici della Regione ma tutte le energie istituzionali (a partire da quelle di Comuni e Province, cui competono responsabilità primarie nel governo del territorio) e le sensibilità, non meno rilevanti, presenti tra i cittadini singoli e associati.
Se non si superano rapidamente i limiti tecnici e politici del piano paesaggistico è facile che l’assalto alle coste trovi un sostegno di massa tra i portatori di microinteressi ingiustamente lesi.
Articolare il quadro di comando, per non fallire
Tutti i protagonisti della vicenda del centrosinistra devono, infine, porsi il problema che diviene sempre più cruciale: quali sono le scelte da compiere per promuovere, anche sul versante della direzione politico-istituzionale, una nuova classe dirigente che esprima compiutamente le competenze professionali di cui è ricca la società sarda.
Non si può ritenere insuperabile la condizione che vede scontrarsi per la direzione politica (del PD ma più in generale del centro sinistra in Sardegna) il modello del revival degli apparati, che dominano la politica regionale da 25 anni, e quello dell’uomo solo al comando. L’esperienza del centro sinistra che risultò vincente nel 2004 sembrava aver messo ai margini la vecchia classe dirigente ed aver proposto, in alternativa, un gruppo dirigente competente e plurale, capace di inglobare il meglio delle tradizioni dei partiti democratici e autonomistici. Poi questo quadro, che aveva suscitato molte speranze, è stato travolto. Da un lato il lento ricostituirsi del blocco di potere degli apparati dall’altro l’illusione di poter contrastare la deriva restauratrice con l’appello plebiscitario.
Occorre recuperare rapidamente la consapevolezza che la complessità e la articolazione della società moderna richiede un quadro di comando non meno ricco è articolato. Se il centrosinistra non riprenderà a muoversi in questa logica la sconfitta non sarà solo di Soru ma di tutti i sardi che hanno creduto, e continuano a credere, nel rinnovamento della politica.
Da: La Nuova Sardegna, 8/11/07