Nuvole sul Messico
Si fa presto a dire lingua, per non parlare di limba, poi. Diceva Gramsci, che quando si mette in discussione l’assetto linguistico, si sta parlando di potere. Di gerarchie sociali, insomma.
Il 15 giugno 2007, il governatore della California Arnold Schwarzenegger, uno che col potere ha un rapporto - almeno iconograficamente parlando - intimo, consigliava ai messicani del suo Stato: “Dovreste evitare di guardare tutti questi canali TV in spagnolo… Sforzatevi un pochino a parlare l’inglese, spegnete i canali in spagnolo e vedrete che l’imparerete più rapidamente”. Insomma adattatevi e, possibilmente, smettetela di richiedere il riconoscimento di uno status ufficiale per lo spagnolo che costringa anche noi a impararlo. Tale fu la terminatoria dichiarazione di Schwarzy, un immigrato austriaco, ad altri immigrati, anche se un po’ particolari. Gli ispanici, che in California sono all’80% messicani.
Il
mondo è proprio strano. Puoi essere 1/3 della popolazione e parlare una lingua
di grande cultura (lo spagnolo), o 2/3, e parlare una lingua priva di prestigio
(come il sardo), ma se non hai un riconoscimento ufficiale semplicemente
sparisci dalla vista. Non ci sei più. Non esisti. Dai perfino un po’ fastidio.
Un po’ come in certi luoghi tipicamente maschili, in cui le donne, che pure
sono la metà della popolazione, non ci sono o, se compaiono, sembrano
imbarazzate.
In
California, la vita messicana bisogna proprio andarla a cercare. Oppure, ti
puoi trovare al suo interno per un caso, come è capitato a me, alla ricerca di
fettine. Qui in America, dove si trova tutto, proprio la carne te la vendono
solo in cubi giganteschi, difficili da ridurre in fettine. Sinché un giorno mi
dicono di provare con la “carne asada”, e di andarla a cercare nei “negozi per
messicani”. Sì, ma dove mai saranno, questi “negozi PER messicani”? Il mio
vicino di casa, che alle prossime presidenziali voterà Obama e che appartiene
alla middle class (tutti, qui, appartengono a sezioni immaginifiche della
middle class, a parte i messicani e i neri.
Anche quelli, come il mio vicino di
casa, senza assicurazione sanitaria), mi indica il luogo, a due isolati. Lui,
ovviamente (?), non c’è mai entrato, e fa la spesa in mostruosi e lontani Mall.
Tant’è.
A
vederlo, il supermercato PER messicani è uguale a quello PER tutti-gli-altri, a
parte qualche riserva etnica (come le fettine o altre amenità), e una minore
visibilità esterna. Voglio dire, i prodotti che trovi in qualsiasi grocery li trovi anche qui. Entro, e
tutti parlano spagnolo nel modo dolce e pieno di diminutivi tipico dei
messicani (ahorita, mañanita, ecc.). La differenza è proprio
questa: la carne asada è un pretesto per aver un posto, che non sia il posto di
lavoro o la casa, dove parlare la propria lingua. Mi metto anche io a parlarlo,
malino… Per un po’ funziona. Riesco a ordinare la carne, poi il commesso
intuisce che io non sono messicano e abbandona subito lo spagnolo, come se
avesse commesso una mancanza nei miei confronti e come se, in qualche modo,
volesse mostrarmi come anche lui sia in grado di parlare inglese. I messicani
in questo sono sorprendenti: il loro inglese - a meno che non siano appena
arrivati - spesso non riporta i tipici suoni dello spagnolo, le h aspirate non
diventano kh, né la w di water gw. Perfino la confusione fra v e b viene meno.
Un caso di mimetismo impressionante. Avranno seguito corsi di dizione come i
presentatori delle emittenti locali sarde?
Ma
come mai i messicani hanno bisogno di mimetizzare il proprio accento? E come
mai considerano sconveniente parlare spagnolo con estranei al proprio gruppo?
La California, insieme ad altri Stati del Sud-Ovest, venne annessa agli Stati
Uniti in seguito alla guerra antimessicana del 1847. Ancora oggi, in quest’area
gli ispanofoni sono ovunque più del 25%, e in alcune contee più del 50%, anche
grazie a successive ondate migratorie che hanno rinforzato il gruppo originario
(i chicanos). E considero solamente
gli immigrati “ufficiali”. La maggior parte della toponomastica californiana è
spagnola. I suoi monumenti più antichi risalgono al periodo messicano, come le
Missioni francescane o anche gesuite. In California, 1 abitante su 3 è
ispanofono, e 1 su 4 è messicano, almeno di ascendenza o origine. A Los
Angeles, la città principale, 1 su 2. Attenzione, non latinos, ma proprio messicani. Nei documenti vengono però definiti
“ispanici” o “latini”, non certo messicani, un po’ come i palestinesi con
passaporto israeliano sono definiti ufficialmente “arabi israeliani”. Mah, le
fantasie discriminatorie da neolingua sono veramente infinite. Chi conosce la
Costa Est, chi conosce New York, dove la popolazione ispanofona è mista per
origine, ha l’abitudine a un grande rispetto e considerazione per la lingua
spagnola. Io stesso ho lì molti amici che l’hanno studiato e provano a
parlarlo. Lo spagnolo è presente ovunque.
Fig. 1
Area di presenza ispanofona per contea (immagine grande) e per stato (immagine
piccola), al 2000.
In
blu, le contee con più del 50% della popolazione ispanofona, in azzurro, quelle
in cui la popolazione ispanofona si colloca fra il 25 e il 49,9%. I dati sono
dell’United States Census Bureau (2001). 
Qui,
no. Pochissimi colleghi a Stanford, e nelle altre università californiane che
ho frequentato, sentivano l’esigenza di studiare lo spagnolo. Fra i moltissimi
colleghi e colleghe che ho incrociato, ho incontrato un solo messicano, e
nessun nero. Delle origini etniche le più disparate che uno possa immaginare,
alla fine, di fronte al loro portiere o cameriere messicano, questi colleghi
dalle idee talvolta quasi caricaturalmente radicali, diventano tutti Anglo,
come i messicani li designano. A parte la toponomastica, tutte le scritte sono
in inglese o, se in spagnolo almeno anche in altre cinque lingue (dal
vietnamita al cantonese, un dialetto cinese), in modo da far intendere che la
società è tollerante, ma i messicani e la loro cultura (1/3 almeno della
popolazione) non devono contare
nulla. L’eden plurilinguista maschera il dominio dell’inglese e la
marginalizzazione dello spagnolo. Il lascito messicano deve rimanere nei musei
e nelle missioni ricostruite nei minimi dettagli: ma, per carità, sia chiaro
che qui essere perbene vuol dire parlare l’inglese.
Lo
Stato della California abolì lo status ufficiale dello spagnolo sul suo
territorio con la sua seconda Costituzione, approvata nel 1879, e un referendum
del 1986 portò a dichiarare l’inglese la sola lingua dello Stato.
L’anglicizzazione di questo paese ha portato a nascondere la sua origine
violenta, ed a giustificarla in modo neutrale invece che sulla base della
difesa dei privilegi del gruppo che se ne è avvantaggiato a discapito degli
ispanofoni. La lingua dei messicani viene giudicata “inadatta alla vita
californiana” e loro “troppo violenti” e “arretrati” e “rumorosi” nei
pregiudizi degli Anglo. Peccato che la cultura anglo-americana abbia
sprigionato enormi cariche di violenza, come poche altre in Occidente, basti
pensare agli orrori del colonialismo britannico, al genocidio dei nativi
americani, alla schiavitù, alla brutalità e alla secchezza dei loro metodi,
nascoste da una gentilezza di facciata. In quanto a violenza, batte quasi
tutti. La storia violenta della repressione dei chicanos è poco conosciuta in
Italia. In pochi sanno che, ad esempio, la nascita dei Texas Rangers è stata
legata ad esigenze di repressione della popolazione chicana, e che ad essa
veniva negato perfino il diritto di proprietà della terra, tipica
discriminazione americana, di cui hanno sofferto anche i neri nel Sud sino a
pochi decenni fa.
Gli
stessi messicani, nella vita quotidiana, percepiscono la loro lingua come una
forma espressiva di poco conto, da non usare se non in ambiti limitati, e che
può comportare il pericolo di essere giudicati ignoranti, arretrati, ostili.
Proprio come accade in Sardegna. Senza che lo spagnolo abbia nulla di quello
che caratterizzerebbe il sardo secondo i suoi detrattori. E’ unificato da
secoli, è utilizzato in tutti i contesti della vita moderna, è una lingua di
grande prestigio, almeno fuori dai set della middle class californiana. Qui,
invece, si comporta come il sardo. Non dev’essere allora un carattere linguistico
o “oggettivo” quello che regola il tutto, ma sociale, verrebbe da dirsi. Di
privilegi stratificati e resistenti ad essere rimessi in discussione. Anche
qui, contro il riconoscimento della parità linguistica vengono abusati gli
stessi argomenti. Il plurilinguismo, la necessità di adeguarsi alla lingua
razionale, colta, seria, e di abbandonare tutta questa paccottiglia folklorica.
Senza dimenticare però, come dicono gli americani, di blaming the victims, di colpevolizzare le vittime, persone “grezze”
che non si decidono ad abbandonare ogni richiesta di riconoscimento della
dignità per se stessi e per la propria cultura. Peccato che noi non abbiamo
politici così franchi come Schwarzenegger, che dicano chiaramente: smettiamola
con queste vecchie storie. Andiamo tutti al Billionaire e poi, insomma, hablamos la lengua del imperio! Le cose sarebbero più chiare.