Il peso dell'acqua
Cibo e acqua sono indissolubilmente legati e la rivoluzione dell’agricoltura ha avuto un pesante impatto sulle risorse idriche del pianeta. Secondo la FAO, negli ultimi decenni, l’uso idrico è aumentato ad un tasso più che doppio rispetto all’aumento della popolazione.
Che tra sostenibilità e consumo responsabile ci sia
un nesso, siamo tutti d’accordo, al punto che gli indicatori “carbon footprint”
e “water footprint” stanno diventando parole di uso comune. L’indicatore “water
footprint” misura la quantità d’acqua usata da una persona per la produzione di
beni e servizi che consuma: … una tazza di caffe? 140 litri. Un succo di frutta? 190 litri. Una birra? 75 litri…
Certo, si potrà obiettare che consumo responsabile e birra non rappresentino un circolo virtuoso, ma queste cifre evidenziano un tema rilevante: il legame tra cibo e risorsa idrica.
Grafico: www.oecd.org/dataoecd/34/38/41762936.pdf
Crescita
della domanda, cambiamenti climatici e siccità persistente in molte regioni
rendono l’accesso all’acqua dolce una delle questioni chiave del XXI secolo. E se
per produrre una tazza di caffè servono 140 litri d’acqua, un chilo di carne ne cosa 16000 l.. L’irrigazione
accresce la produzione dal 100% al 400%, ma con le attuali tecniche di
irrigazione solo la metà dell’acqua utilizzata arriva alle colture. Se la media
mondiale di utilizzo in agricoltura delle risorse idriche è pari al 70% del
totale, il Europa si scende al 32% (prevale l’uso industriale e domestico, che
comprende l’irrigazione di prati e giardini).
Ma c’è
un’altra dimensione del ciclo dell’acqua, quella legata ai cambiamenti
climatici: nel settembre 2007 la calotta glaciale che copre buona parte
dell’Oceano Artico si è ridotta a soli 3 milioni di km2, circa un
quarto in meno rispetto all’inizio delle misurazioni satellitari continue, ma
con una notevole accelerazione nel recentissimo periodo (National Space Center
in Muscarà, 2007). La riduzione della superficie dei ghiacci provoca un aumento
dell’albedo nelle regioni artiche ed un aumento significativo della temperatura
degli oceani che accelera lo scioglimento, ostacola la formazione di nuovi
ghiacci, modifica l’ecologia degli ecosistemi artici e scatena una nuova
competizione internazionale per le risorse liberate dai ghiacci. Fra esse anche
nuove rotte commerciali, come la fruizione annuale del Passaggio a nord-est,
dal nord Atlantico al Pacifico, che darebbe luogo ad una riduzione fino al 40%
dei tradizionali percorsi meridionali, o l’apertura del nuovo Passaggio a
nord-ovest, con una riduzione di ottomila chilometri rispetto all’attuale rotta
fra Asia ed Europa.
In un
mondo come il nostro, in cui tutto è correlato, affrontare un problema vuol
dire coinvolgerne molti altri. E’ lecito credere che un maggiore impegno a
favore delle energie alternative e della protezione dell’ambiente può
contribuire a prevenire gli effetti più gravi del cambiamento climatico.
Il sistema mondo può svilupparsi in maniera armonica se le sue componenti agiscono secondo logiche olistiche. Se la sua capacità di produrre ricchezza, seppure in maniera profondamente inomogenea, ha fatto credere che la crescita economica potesse creare abbondanza, benessere e rimozione dei fattori di povertà, l’improprio utilizzo delle risorse naturali e l’accresciuta fragilità degli ecosistemi, soprattutto nei paesi poveri, l’hanno fatta divenire anche causa di povertà e scarsità.
“L’acqua pulita, ad esempio, è essenziale per la salute: ma per avere un’acqua pulita buona occorre che siano in salute gli ecosistemi, minacciati invece dal cambiamento climatico e dalla crescita di popolazione, a sua volta frutto dell’urbanizzazione e di un aumento del tenore di vita che stimola un maggior consumo di energia, cibo e … acqua” (Hayden, 2007, p. 23)….
Cosa fare per avere acqua pulita? Un contributo...
L’Estate 2007 ha registrato una crescita delle temperature e immediatamente sono aumentati i consumi d’acqua, acqua potabile e acqua dolce per gli usi urbani. Gli esperti avevano previsto l’incremento delle temperature, ben oltre i 38° nel centro-sud, e nelle città tanti hanno raggiunto le fontane e cercato un breve ristoro bagnandosi, ma purtroppo in pochi pensavano che la stessa acqua che stavano utilizzando non era inesauribile, come, anche, che molte persone non avevano, e non hanno, il quantitativo minimo giornaliero che serve per sopravvivere. Infatti, benché l’acqua ricopra più del 70% della superficie del nostro pianeta, considerando che il 97,5% di questa è salata, non utilizzabile dall’uomo se non a costi elevati, escludendo i ghiacciai, le nevi perenni, le fonti e i corsi sotterranei, solo lo 0,008% del totale delle acque presenti sulla terra, acqua dolce contenuta in laghi e fiumi, è immediatamente disponibile per gli usi umani.
Nel 2000 l’uomo consumava mediamente 3300 Km³ di acqua all’anno, sottratta a laghi, fiumi e falde, senza considerare l’acqua inquinata e utilizzata nelle industrie o per la produzione di energia elettrica. Sempre nel 2000 vi era un consumo medio procapite, indubbiamente diverso tra paesi poveri e paesi ricchi, superiore a quello del 1950 del 50%. Nel 2002, considerando che un americano aveva a disposizione circa 10000 metri cubi d’acqua all’anno, un miliardo e mezzo di persone, invece, è sopravvissuto con meno di 1000 metri cubi a testa. In realtà non si può affermare che l’uomo non abbia affrontato il problema dell’approvvigionamento idrico nel corso dei secoli, ma il modo e i metodi utilizzati sono sempre stati all’insegna dello sfruttamento di questa fonte, primaria per la vita dello stesso pianeta e base essenziale dello stesso organismo umano, attraverso modificazioni del paesaggio e forzature degli stessi corsi d’acqua.
L’acqua non è statica, si sposta in superficie e nell’atmosfera e fa parte di un delicato ciclo, il ciclo idrologico. Infatti, contenuta nell’atmosfera in forma di vapore, per effetto dell’abbassamento della temperatura si condensa (come l’acqua che si “forma” su una bottiglia ghiacciata quando viene lasciata fuori dal frigo) e precipita in forma di pioggia, grandine o neve. La neve si deposita nei nevai o si scioglie, evaporando e/o dando vita a corsi d’acqua. La pioggia viene assorbita in minima parte dalle piante, in parte evapora o viene convogliata in fiumi, laghi e mari o, attraverso le infiltrazioni del terreno, nelle falde sotterranee. Poi, l’acqua sotterranea che ritorna in superficie e le acque dei fiumi, dei mari e dei laghi rievaporano e ritornano nell’atmosfera come vapore acqueo, che in seguito ridarà vita alle precipitazioni. Sicuramente Madre Natura non ha bisogno d’insegnamenti, e la perfezione del ciclo dell’acqua, che è capace di rigenerarsi in un ecosistema equilibrato, è un chiaro esempio, ma questo processo è indifeso contro elevati livelli d’inquinamento (scarichi civili che riversano enormi quantità di materia organica nei fiumi, scarichi industriali che arrivano direttamente nei mari e/o fiumi o indirettamente in questi attraverso le precipitazioni, fertilizzanti e pesticidi usati in agricoltura), richieste sempre maggiori conseguenti all’aumento demografico mondiale e forme di utilizzo aggressivo, che possono alterare la distribuzione e la frequenza delle precipitazioni, la quantità di traspirazione dalla vegetazione e la capacità depurativa del ciclo nei confronti dell’acqua inquinata. Nel 2007 la situazione non è migliorata e oggi il consumo di acqua potabile aumenta vertiginosamente, circa il doppio ogni vent’anni, e ogni anno 5 milioni di persone muoiono per la scarsa quantità o per la cattiva qualità dell’acqua!
Indubbiamente, a livello mondiale, la maggior parte d’acqua dolce prelevata dall’uomo viene utilizzata nel settore primario, ben il 70% contro il 20% dell’industria e la restante parte per gli usi residenziali. Come detto a livello mondiale, perché in zone come l’Europa la stragrande quantità d’acqua viene utilizzata nel settore industriale. Proprio per l’aumento della popolazione mondiale si è avuta l’esigenza d’intensificare le coltivazioni cerealicole prelevando enormi quantitativi d’acqua dalle falde sotterranee. Purtroppo, però, specialmente nei paesi in cui si ha un alto incremento demografico, India, Cina e parte dell’Africa, questo sfruttamento delle falde acquifere a vantaggio dell’agricoltura sta generando un abbassamento del livello delle stesse falde, che nel caso in cui non si ponga rimedio, magari ottimizzando l’utilizzo dell’acqua in agricoltura, ad esempio con le famose irrigazioni a goccia, come nel detto del cane che si morde la coda, porterà alla stessa diminuzione delle produzioni cerealicole con un’incidenza diretta sullo stato di denutrizione della popolazione e sulla mortalità infantile.
Nel secondario, il settore industriale e in particolar modo il comparto chimico, quello siderurgico e quello cartario, differentemente dal primario, una stessa quantità d’acqua può essere utilizzata per una resa economica maggiore, pari a un rapporto uno a settanta. Proprio per questo nei paesi industrializzati il comparto industriale riesce a contendere l’acqua all’agricoltura. Fortunatamente, però, grazie a moderne tecniche di riciclaggio si può ottenere un risparmio idrico pari al 90% e molte industrie si sono già attivate in merito, ma ciò non basta!
Un decimo o poco più del consumo idrico globale viene utilizzato, invece, per gli impieghi urbani. Certo, per il momento si potrebbe pensare che una tale percentuale possa incidere solo in minima parte rispetto all’approvvigionamento idrico, ma considerando che in molte città esistono famiglie che non riescono ad avere l’acqua potabile, ed in particolar modo quelle più povere, e non solo nei paesi sottosviluppati, e che entro quaranta anni dovrebbe triplicare la popolazione urbana mondiale, pensando inoltre che i dati riguardanti la crescita degli abitanti nelle megalopoli sono sottostimati, dato che non sempre è possibile censire tutti, soprattutto quelli appartenenti alle “classi meno abbienti”, la situazione non appare delle più felici e diventa urgente considerare una politica urbana tesa al risparmio dell’acqua.
Comunque, a fronte degli attuali interventi, che per il momento non sono ancora sufficienti, sia per lo sfruttamento intensivo che per l’inquinamento e il conseguente surriscaldamento globale, alcune stime prevedono che nel 2050 ben due terzi della popolazione mondiale si troveranno in condizioni di mancanza d’acqua o quasi. Inoltre, l’acqua inquinata dalle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura oppure dalla lavorazione industriale, non solo diminuisce le quantità d’acqua dolce utilizzabile dall’uomo, ma apporta un deterioramento anche su altre fonti, il tutto a discapito della salute umana e dell’intero ecosistema. In alcuni casi, poi, non è l’acqua a mancare ma sono gli impianti che dovrebbero portare questa risorsa alle persone ad essere inesistenti, per cui più di un miliardo di persone non dispongono d’acqua potabile e circa tre miliardi non dispongono di strutture igieniche sufficienti. Infine, ad aggravare la situazione esiste l’opinione diffusa, in buona parte della popolazione occidentale, che il problema idrico non sia un problema riguardante l’Occidente, insieme alla voluta non curanza da parte di molti politici e governi in genere.
Insomma, sembra proprio che in un immediato futuro, se non si corre al riparo, potrebbe diventare difficoltoso o terribilmente caro, per tutti e non solo per gli abitanti di alcune parti del globo, bere un bicchier d’acqua o farsi la doccia, per non parlare del fatto che, dal Medioriente e dai paesi in via di sviluppo, potrebbero sorgere ulteriori conflitti armati e politici capaci di coinvolgere tutte le parti del globo!
Dal mondiale al locale i problemi riguardanti l’acqua sembrano coinvolgere tutti e gli esempi di sfruttamento, inquinamento e inaccessibilità all’acqua si sprecano, e basterebbe sfogliare l’interessante libro “Fiumi”, dell’inviato del “Corriere della sera”, Ettore Mo, per farsi una idea di quello che accade nel mondo in merito all’acqua. Un esempio su tutti è dato dal conflitto siriano-israeliano con la conquista israeliana dell’altopiano del Golan per il controllo di numerose falde acquifere. Altro caso famoso è quello del Lago di Aral, situato tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, dove l’uomo ha intrapreso dei lavori di “bonifica” utilizzando grandi quantitativi d’acqua dei principali affluenti del lago, incanalandoli verso territori deserti, al fine di creare un’enorme superficie agricola. Però, dopo un’iniziale periodo positivo, l’abbassamento del livello del lago, lago salato, con l’aumento della quantità di sale nell’acqua, ha determinato la morte di molte specie di pesci. Inoltre, proprio l’abbassamento delle acque ha provocato “l’emersione” di terreni sabbiosi con grossi quantitativi di sale, sabbia e sale che sollevati dal vento o misti alle piogge ricadono su ampi terreni causandone la desertificazione. E questi sono solo alcuni dei problemi verificati in questa zona!
Per quel che ci riguarda la situazione italiana è “moralmente” peggiore. L’Italia è un paese che, fortunatamente, gode di numerose fonti d’acqua, ma ovviamente dove la natura crea l’uomo distrugge, per cui possiamo vantare il possesso d’impianti idrici con un alto valore dispersivo lungo i percorsi. Sembrano esemplari i casi nostrani di zone in cui sono stati spesi soldi per la costruzione di dissalatori che hanno aumentato la disponibilità d’acqua, acqua che poi viene immessa in reti idriche “bucate” e che alla fine dei conti non arriva nelle case dei cittadini, costretti in molti casi a comprare l’acqua per cucinare. Per giunta gli impianti peggiori sono ubicati nella parte del paese in cui vi sono meno fonti e più siccità, cioè nel meridione, per non parlare dell’esagerata ripartizione nella gestione delle risorse idriche. In poche parole il nostro Bel Paese ha una distribuzione ineguale delle fonti d’acqua e a fronte di un nord ricco, ma con corsi d’acqua spesso inquinati, si ha una contropartita con un sud meno ricco e “vittima” di impianti che hanno una dispersione media del 50%, con casi limite che arrivano fino al 70%, come a Cosenza.
Ma ripensando alla situazione italiana è doveroso dire, e utile divulgare, che in alcune zone si sta lavorando concretamente per il risparmio idrico in ambito urbano, proprio come a Bologna con la realizzazione del progetto ACQUASAVE: un progetto, finanziato al 50% dall’Unione Europea, che permette un risparmio idrico del 50%. Come riportato nel sito www.buonpernoi.it , il progetto vede coinvolti otto appartamenti, di una palazzina, “dotati di tre sistemi di distribuzione di acqua, abbinando alla rete per l’acqua potabile tubazioni per l’utilizzo delle acque piovane e delle acque grigie. Le acque piovane vengono raccolte con cisterne sui tetti e, dopo essere state filtrate e disinfettate, vengono impiegate nelle lavatrici e nelle lavastoviglie … .Le acque grigie vengono invece raccolte dai lavandini, dalle docce e dalle vasche da bagno per mezzo di una rete appositamente dedicata e, una volta filtrate, sono utilizzate nello sciacquone che richiede rilevanti quantità d’acqua.” Inoltre, “gli appartamenti sono dotati di una serie di strumenti per il risparmio idrico come scarichi con vasi che richiedono solo 3,5 litri di acqua contro i 9 litri dei sistemi tradizionali e con cassette dotate di doppio tasto; rubinetti dotati di sistema di iniezione di aria nell’acqua e con manopole a due corse; lavatrici che richiedono solo 60 litri contro i 100 litri per ciclo utilizzati per il tradizionale lavaggio degli indumenti e lavastoviglie che richiedono 14 litri invece dei 20 litri per ciclo utilizzati da quelle tradizionali.”. Quindi, le possibili soluzioni, anche per la diminuzione dello spreco d’acqua in ambito urbano, non mancano.
Scendendo nel particolare, in riferimento alla Sardegna non si può proprio dire che la situazione sia confortante, e solo per quel che riguarda il regime pluviometrico basterebbe controllare i dati e gli indici messi a disposizione del pubblico, nel sito del Servizio Agrometeorologico Regionale per la Sardegna, per rendersi conto di come sia andata la tendenza dal 1900 fino ad oggi. Negli ultimi anni si sono registrati allarmi per la siccità, non si è arrestato il processo di desertificazione (proprio in merito alla desertificazione, il prof. Angelo Aru nel 2002 affermava che il suddetto fenomeno, in Sardegna, dopo la Seconda Guerra mondiale, è andato intensificandosi nell’arco degli ultimi cinquant’anni), si sono verificati cambiamenti climatici che hanno dato vita a sfasamenti delle precipitazioni lungo il corso dell’anno solare e, anche se sono stati fatti lavori per la sistemazione e modernizzazione delle reti di distribuzione dell’acqua a Cagliari e Elmas, con la distribuzione dell’acqua in rete ripartita in distretti collegati con un centro di telecontrollo e con la conseguente ottimizzazione dell’acqua in queste zone (il che, per onor del vero, non è poco se si considera che circa un quarto della popolazione sarda è concentrato intorno all’area urbana di Cagliari), a Sassari e Nuoro per la stessa quantità d’acqua che scende dal rubinetto se ne perde altrettanta e il resto dell’isola piange, anzi rimane senza lacrime per piangere! Fortunatamente, comunque, la sensibilità verso queste problematiche sta cambiando e capita che anche siti internet non strettamente legati alle tematiche ambientali inizino a diffondere notizie e a divulgare le richieste, dei cittadini, d’interventi mirati per il problema dell’acqua. Un esempio in tal senso è il sito www.sardegnaeliberta.it , dove sono apparsi più volte articoli di tecnici e lettori, tutti volti alla soluzione del “problema acqua” in Sardegna.
Sicuramente l’aumento della comunicazione e la maggiore diffusione delle informazioni riguardanti la penuria d’acqua, nel mondo in generale e nello specifico nelle regioni italiane, come in Sardegna, sono un importante indice della crescente sensibilizzazione attorno a queste tematiche, ma tra il dire e il fare il facile e sempre giusto ricorso al proverbio suggerisce che c’è di mezzo il mare ed è spontaneo domandare tutta una serie d’interventi, in questo caso proprio per la Sardegna, che sono gli stessi cittadini a richiedere e a suggerire, ma che in primis devono essere presi in considerazione dalla politica come:
• ridurre i consumi urbani attraverso l’utilizzo delle acque piovane e delle acque reflue, l’utilizzo dei frangigetto nei rubinetti delle abitazioni, raccogliere l’acqua piovana per annaffiare giardini, utilizzare WC con sistema di scarico a rubinetto o a manovella, ricambiare e controllare periodicamente gli impianti idraulici nelle abitazioni e nelle strutture pubbliche con la possibile incentivazione economica verso chi progetta case che abbiano sistemi di risparmio idrico, il riparo o la ricostruzione delle condotte idriche delle reti pubbliche;
• irrigazioni a goccia e razionalizzazione dei consumi agricoli;
• stanziamenti nella ricerca;
• protezione e potenziamento delle risorse idriche esistenti;
• creazione di un patrimonio boschivo nuovo, leccio, roverella e quercia da sughero, per compensare quello perso nei secoli e combattere la desertificazione;
• modificare le tecniche di allevamento orientandole verso la semistabulazione, la produzione di fieno da prati ed erbai e l’integrazione alimentare con concentrati;
• recupero delle acque di scarico con la re immissione nel ciclo idrologico;
• costruire piccoli invasi per contenere l’acqua piovana.
Altra richiesta, da alcuni vista positivamente ma da altri con sospetto, è la creazione di dissalatori per l’acqua del Mediterraneo, ma i punti sopra elencati, se realizzati, potrebbero bastare incidendo in maniera positiva sulla situazione regionale sarda.
Ovviamente, se da una parte gli interventi devono essere adottati nel presente, in particolar modo con l’intervento politico, dall’altra un problema tanto importante e di portata mondiale come quello dell’”emergenza acqua” non può esimere la partecipazione attiva della popolazione, ma questa, per incidere sui valori della gente, può ottenersi solo con programmi educativi svolti nelle scuole, con lavori di gruppo nelle classi e responsabilizzazioni dei singoli allievi che, in un futuro non tanto lontano, potrebbero diventare i futuri ingegneri, ricercatori o scienziati che si interesseranno dell’inquinamento e dell’approvvigionamento idrico, senza contare che tutti saranno i futuri cittadini che con la propria condotta contribuiranno a non sprecare un bene tanto prezioso come l’acqua.
Se alcuni vedono il problema dell’acqua come il possibile casus belli per futuri conflitti internazionali, altri pensano che proprio questo problema, anziché dividere, possa riunire le persone in una coscienza civica comune, qui e altrove, tesa alla soluzione del consumo idrico attraverso uno spirito di collaborazione altruistico e pacifico!
Cristian Ribichesu