Perché Enrico Letta
L’articolo 49 della Costituzione assegna ai partiti un preciso ruolo: consentire a “tutti i cittadini … di associarsi liberamente … per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Occorre partire da lì: partiti dei cittadini, che rispondano alle loro esigenze, che stimolino e favoriscano la loro partecipazione. I partiti attuali sono costruiti su modelli opposti: ristrette oligarchie decidono per tutti.
Nel passato non era così. I partiti costruirono in Italia, dopo il trauma della guerra e della lotta di Liberazione, una democrazia partecipata e matura.
Nelle sezioni territoriali esigenze e sensibilità diverse si misuravano sulla ricostruzione del Paese. Emerse una classe dirigente espressione della crescente complessità sociale.
Lo scenario internazionale impediva una collaborazione di governo. Ma le culture del “partito di centro che guarda verso sinistra” e del “partito della classe operaia”, capace di promuovere l’alleanza con i ceti medi, si rispettavano e, in momenti cruciali, si richiamavano alla Costituzione. Così, negli anni ’70, si affrontarono emergenza economica e terrorismo.
Scolarizzazione di massa e crescente segmentazione sociale hanno reso obsoleta la sezione territoriale e, insieme, la rete di organizzazioni collaterali. Invece di riorganizzarsi secondo linee più complesse i partiti si sono frantumati in funzione di rappresentanze (corporative e localistiche), incapaci di sintesi.
Il superamento della divisione del mondo in blocchi, che avrebbe consentito un più stringente dialogo tra le culture riformiste, non è valso a favorire nuove soluzioni.
Il bipolarismo ha determinato coalizioni incoerenti.
Solo per costruire l’Europa fu possibile costituire, nella seconda metà degli anni ’90, un momento di fattiva cooperazione.
Il Partito Democratico partiva dall’esigenza di raccogliere il meglio delle culture riformiste e di riorganizzarle per favorire una democrazia partecipata.
Le prime mosse non sono state felici. Rapidamente superata l’ipotesi di Partito federato, idoneo a valorizzare le specificità dei territori, si è approvato un regolamento per la Costituente che incoronava un Segretario, indicato dai gruppi dirigenti di DS e Margherita, e perpetuava il controllo oligarchico, con liste bloccate e con scelte, non meno lottizzate, dei gruppi dirigenti locali. Questa è la connotazione, al di la della qualità dei candidati, del ticket Veltroni-Franceschini.
Questo modello è stato messo in crisi dalle candidature Bindi e Letta che hanno creato le condizione per un confronto tra culture e programmi.
La candidatura di Letta mi pare la più idonea ad esprimere il rinnovamento, programmatico e generazionale, necessario alla nuova formazione.
Ho conosciuto Letta nella fase della convergenza per l’Euro. Nel CIPE guardava al merito, alla costruzione di Politiche comunitarie che esaltassero le sinergie con le politiche nazionali. Ho seguito la sua esperienza all’Industria ed alla Presidenza del Consiglio, in un ruolo delicatissimo di coordinamento. Sono emerse capacità di fare squadra e di costruire, come ha dichiarato in una recente intervista, un riformismo post ideologico.
Rappresenta una generazione che non deve, come la mia, spiegare il nuovo approdo partendo dal passato. La sua candidatura è stata una scelta di rottura con le logiche oligarchiche di cooptazione ed è stata condotta, senza polemiche urlate, con approfondimenti e proposte su questioni cruciali per il paese. Sono le qualità necessarie per costruire un giovane gruppo dirigente che guardi, liberamente, al futuro.