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Rifiuti: quel che resta di un futuro comune

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di Roberto Saba


Vergogna è il sentimento che provo come italiano per lo spettacolo indecoroso che abbiamo fornito, non solo al mondo, ma a noi stessi con le montagne di rifiuti campani; per la nostra incapacità di intervenire con spirito compassionevole, ma al tempo stesso fermo e risoluto nel pretendere soluzioni strutturali e assunzione di responsabilità da parte dei politici e dei cittadini campani che tanta parte hanno nell’attuale situazione; per la nostra incapacità di sentirci “comunità” nella falsa convinzione che i problemi dei campani non siano di nostro interesse.

Ma vergogna anche come sardo per l’assurda gazzarra di cui siamo stati protagonisti in questi giorni; per il nostro spirito poco caritatevole in una situazione di emergenza; per i discorsi e i comportamenti privi di qualsivoglia responsabilità che vengono fatti e che sopportiamo, se non addirittura sosteniamo, in nome di una nostra supposta superiorità o virtuosità (!!).

Parafrasando il discorso di Barack Obama all’indomani della vittoria in Iowa invece di unirci, tutti insieme per affermare che siamo un’unica nazione, un solo popolo, ci siamo come al solito divisi.

Invece di scegliere l’unità, abbiamo optato per le divisioni.

Invece di lavorare insieme per una causa comune e superare le barriere che ci separano, abbiamo preferito guardare indietro.

Tra qualche anno, ripesando a questa notte” noi non potremo ricordare che “questo è il posto nel quale” la Sardegna “si è ricordata di cosa significa sperare”. Non siamo stati capaci di capire “che la speranza non è cieco ottimismo, non significa ignorare l’enormità dei compiti che dovremmo affrontare o gli ostacoli che intralceranno il nostro cammino. Non significa sedersi in disparte e sottrarsi alla battaglia. La speranza è quella cosa che dentro di noi insiste, malgrado tutto lasci intuire il contrario, che il futuro ci riserva qualcosa di meglio se avremo il coraggio di tendergli la mano, di lavorare per esso e di combattere per esso”.

Insieme, noi, gente normale” potremmo “fare cose straordinarie, perché non siamo un insieme di” regioni, di destra o di sinistra. “Noi siamo” l’Italia. Ma non “siamo pronti a crederci ancora”.

E non lo siamo perchè sempre più non ci sentiamo comunità: al noi abbiamo sostituito l'io.

Perchè?

Personalmente credo che dipenda dal fatto che in Italia manchi una cultura della responsabilità, un comune sentire che rispetti i principi fondamentali sui quali si è costruito questo Paese e concepisca la sanzione di chi devii da questa strada.

Nel caso specifico, appare evidente che siamo di fronte ad una situazione di emergenza (?) che, come tale, può richiedere anche di derogare temporaneamente a principi fondamentali della nostra legislazione (il principio dell’autosufficienza locale nello smaltimento dei rifiuti urbani ordinari è uno di questi), ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che bisognerebbe pretendere (e se necessario imporre) il rispetto di tali principi da parte di chi era tenuto a applicarli e ha portato a quell’emergenza.

Questo vale per i rifiuti, ma anche per la sanità e per altre materie che implicano precisi compiti da parte delle Regioni, delle Province o dei Comuni.

Se infatti così non si facesse e si continuasse a ritenere che il mancato rispetto non comporti una conseguente responsabilità (con relative sanzioni) e renda possibile sempre e comunque derogare facendo affidamento sulla solidarietà di altri (più virtuosi), questo non sarebbe più uno Stato di diritto, ma un “paese di fichi d'india” (la definizione non è mia ma dell’Avv. Giovanni Agnelli che, in tempi non sospetti, a chi gli domandava se ritenesse veritiera l'affermazione dell'Economist che nel 1994 aveva parlato per l'Italia di 'Repubblica delle banane', aveva risposto: "nel nostro paese purtroppo non ci sono nemmeo banane, ci sono soltanto fichi d'india").

Le regole costituiscono l’elemento fondante del vivere civile, rappresentano il patto che lega le varie componenti sociali e le generazioni, e ne dispongono il corretto funzionamento. Ma il loro rispetto, e non il loro continuo aggiramento, fa sì che il sistema “tenga”.

Se si ritiene che ci sia sempre e comunque qualcuno pronto a correre in nostro soccorso/aiuto, che le nostre responsabilità possano essere scaricate su altri, che i nostri problemi e la loro soluzione possano e debbano essere “socializzati” laddove fossimo incapaci o peggio non disposti ad affrontarli, rimanendo impuniti, decreteremmo l’inefficacia di quelle regole e verremmo meno al patto stesso.

Non solo, i cittadini virtuosi potrebbero essere portati a non essere solidali con chi è in difficoltà in una comunità che non sanziona i comportamenti che deviano dalle regole del vivere civile.

Ci può dunque anche stare che altre Regioni, temporaneamente, con senso di responsabilità e dello Stato, con spirito compassionevole, si facciano anche carico di ciò di cui non dovrebbero, ma è anche altrettanto evidente che:

  1. andrebbe pretesa la rimozione immediata di coloro che avevano la responsabilità di risolvere il problema nella propria Regione, nella propria Provincia, nel proprio Comune. Non importa se vi è una responsabilità diretta, oggettiva o meno: vi è una responsabilità politica. Vi è la necessità di dare un segnale chiaro di discontinuità che indichi la non disponibilità dello Stato a tollerare ulteriori deviazioni dagli obblighi e dai principi fondamentali che sono posti alla base del vivere civile;
  2. le Regioni (e con questo termine non si intende l’entità amministrativa, ma le popolazioni) dovrebbero avere chiara la loro responsabilità nell’individuare e favorire la soluzione dei problemi.

Il secondo punto è di grande attualità e, a mio modesto parere, alla base dell’attuale stato di cose, in questa come in altre vicende analoghe, in quanto attiene a questo stato di “a-responsabilità” che permea questa nostra società, a livello nazionale, giù, giù, fino al singolo individuo.

Una “a-responsabilità” che porta le comunità locali a frapporre continui ostacoli all’adozione delle soluzioni a questo come ad altri problemi, soprattutto quando queste implichino il farsi carico degli oneri collegati al vivere insieme o la realizzazione di infrastrutture/impianti potenzialmente impattanti su ambiente, territorio, salute ma che servono alla collettività, come pure richiedano la diffusione di comportamenti virtuosi diffusi.

I dati ci dicono infatti che non siamo così virtuosi come crediamo e che sarebbe utile un bagno di umiltà e una maggiore responsabilità nei comportamenti perché presto, a forza di dire sempre no, ci ritroveremo nelle stesse condizioni della Campania.

Dal 2000 i rifiuti urbani raccolti in Sardegna sono passati dai 431 kg ad abitante ai 533 del 2004, per decrescere, al crescere delle raccolte differenziate, ai 519 del 2006 (con una crescita nel periodo che resta del 20,4%). Nello stesso periodo in Campania si passava dai 444 kg del 2000 ai 485 del 2005 (+9%). I rifiuti urbani smaltiti in discarica in Sardegna (sotto varie forme), pur scesi al 63% del totale,  sono passati dai 371 kg per abitante del 2002 ai 390 kg del 2005 e del 2006 (+5%), .

Le popolazioni, i cittadini, dovrebbero capire che i sì o no non sono senza conseguenze e dovrebbero essere assunti consapevolmente.

Se non si sarà capaci di sciogliere questo nodo non solo saremo più poveri, non essendo più in grado di sentirci “comunità” di italiani, ma non potremo neanche crescere come “comunità” di sardi.

E presto saremo sommersi da una montagna di rifiuti, questa volta nostri.




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by Roberto Saba last modified 2008-01-23 20:50

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