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Università. Ultima fermata?

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Un nuovo decreto legge introduce pesanti tagli al settore universitario che si aggiungono alle riduzioni di fondi pubblici avvenute negli anni precedenti. Difficile capire la logica di tali provvedimenti visto che l'Italia già si distingueva per l'esiguità dei finanziamenti pubblici all'università. Ed è pure difficile comprendere in che modo le misure previste possano davvero servire al miglioramento della produttività del settore.

 

In questi giorni si è discusso poco nei media italiani di alcuni aspetti presenti in un recente decreto-legge [1] che riguardano il settore universitario. Eppure, è un decreto che, a detta di molti, può infliggere un colpo mortale all’università pubblica italiana. Sicuramente alle Università periferiche. Questa carenza di interesse si spiega forse con la scarsa attenzione che, da sempre, l’opinione pubblica italiana dedica al mondo dell’istruzione in generale. Ma non vanno negate le colpe del mondo universitario stesso che non è stato capace di eliminare le tante distorsioni che ne fanno, agli occhi dell’opinione pubblica, simbolo di corruzione ed inefficienza e, quindi, non meritevole di solidarietà e attenzione. Una riforma profonda di questa istituzione è dunque assolutamente necessaria per rendere il settore finalmente produttivo e capace di garantire standard di offerta didattica e di ricerca qualitativamente e quantitativamente comparabili a ciò che viene proposto nelle altre economie industrializzate. Tuttavia, il problema è che, al di là degli slogan propagandistici, l’attuale proposta del Governo non contiene alcuna riforma del sistema ma si limita semplicemente a tagliare risorse. Ovvero, l’ultima cosa di cui questa Università ha bisogno per cambiare e migliorare.

La già sotto-finanziata università italiana


Alcuni numeri aiutano a capire perché l’università italiana in questo momento non abbia proprio bisogno di un taglio di risorse e di personale come quello prospettato. Il settore è infatti già significativamente sottodimensionato e sotto-finanziato. Un confronto con gli altri paesi industrializzati evidenzia il disinteresse che la politica italiana ha sempre mostrato nei confronti dell’università.

 Spesa pubblica totale in educazione: % del PILSpesa pubblica totale per l'università: % del PIL
Italy4.430.76
Romania3.480.81
Czech Republic4.250.89
Spain4.230.95
Portugal5.40.98
Hungary5.451.03
EU154.861.11
Ireland4.771.11
Germany4.531.14
Media EU275.031.15
France5.651.19
Poland5.471.19
United Kingdom5.451.21
Belgium5.951.29
United States4.851.33
Netherlands5.191.37
Greece3.981.44
Austria5.441.48
Switzerland5.711.48
Sweden6.971.92
Finland6.312.01
Norway7.022.27
Denmark8.282.38

La Tabella 1 riporta nella prima colonna i dati Eurostat 2005 relativi alla spesa per l’istruzione totale e nella seconda i dati di spesa per la sola istruzione universitaria in rapporto al PIL. I dati sono riordinati proprio rispetto a questa ultima variabile in modo da evidenziare come, con il suo 0,7% del PIL speso nel settore, l’Italia sia il paese che dedica meno risorse pubbliche alla sua università. La Danimarca spende più di tre volte tanto.

 

Spesa in R&D in % al PIL

Ricercatori per mille abitanti

Rapporto percentuale tra staff accademico* e pop. in età universitaria

Austria2.23.16.1
Belgium1.93.14.1
Canada2.03.9
Denmark2.54.8
Finland3.47.85.5
France2.13.33.5
Germany2.53.26.1
India0.7...0.5
Italy1.11.22.9
Japan3.25.26.6
Netherlands1.82.64.7
New Zealand......5.5
Poland0.61.52.7
Republic of Korea2.83.24.7
Spain1.12.35.0
Sweden3.75.47.4
United Kingdom1.72.93.0
United States2.64.75.7




*Misura lo staff accademico totale (compreso il personale in part-time)

La Tabella 2 riporta altri indicatori (dati Unesco relativi al 2004) sul settore Ricerca e Sviluppo e sull’Università. In particolare, la terza colonna introduce il dato relativo alla percentuale di docenti universitari rispetto alla utenza potenziale, composta dalla popolazione in età universitaria, ed illustra quanto sia attualmente inadeguato il corpo docente rispetto alle esigenze. Sarebbe scorretto utilizzare la percentuale di docenti sulla sola popolazione studentesca perché un importante problema strutturale italiano è la scarsità di laureati. Una politica lungimirante dovrebbe quindi investire in modo da accrescere in modo significativo il numero di laureati che in Italia è estremamente basso. Basti ricordare che mentre la Spagna ha una percentuale di laureati sulla popolazione 25-64 anni che supera il 35%, il Giappone e l'Irlanda superano il 45% mentre l'Italia non raggiunge il 15% (dati OCSE 2001).

 

Dove sono le riforme per la produttività?

Secondo alcuni il provvedimento conterrebbe un elemento di forte riforma positiva del settore nella parte che incentiva la trasformazione delle Università pubbliche in Fondazioni con la presenza di capitali pubblico-privati. Buona idea la sostituzione dei soldi pubblici con quelli privati? Sicuramente ben vengano le facilitazioni all’entrata di capitali privati. Naturalmente, il pericolo per alcune Università è che la norma introduca una sorta di meccanismo di federalismo non solidale. Dati i divari di ricchezza e sviluppo regionali italiani, con ogni probabilità assisteremo ad una concentrazione crescente di fondi in mano alle Università presenti nelle regioni più ricche. A questo si può obiettare che non è affatto detto che un privato debba necessariamente finanziare l’Università sotto casa se non è di buon livello. E’ tuttavia difficile negare l’esistenza di processi di agglomerazione locale, perché spesso le ricadute positive di questo tipo di investimenti rimangono sul territorio[2]. Il Governo ostenta comunque molta sicurezza sul fatto che queste misure creeranno forse un sistema più iniquo territorialmente (sebbene, ovviamente, non lo dica; almeno all'elettorato del sud) ma più produttivo del precedente, con guadagni per la collettività maggiori dei costi .[3] 

Non si capisce però da dove derivi questa loro certezza. Dove sono infatti gli incentivi a cambiare ed aumentare la produttività? Le nuove norme non modificano infatti in modo virtuoso i meccanismi di Governance interna del settore. Anzi. Per capire quanto le misure previste non contengano alcuna logica di cambiamento e miglioramento dell’efficienza del sistema università, basta analizzare la misura che interviene sugli stipendi del personale[4]. L’attuale struttura stipendiale della docenza universitaria è indubbiamente iniqua. Lo stipendio di un docente universitario aumenta infatti in seguito a scatti di anzianità biennali uguali per tutti. Non vi è alcuna quota di stipendio decisa in base ad un qualsiasi criterio di produttività del singolo (nella ricerca, didattica o quant’altro), ad esclusione del meccanismo di progressione verticale della carriera (che dovrebbe premiare i meritevoli) che si articola in 3 livelli e che viene di fatto bloccato da queste norme. Questo implica che, dopo due anni, un ricercatore bravissimo riceve il medesimo aumento di stipendio del fannullone (nessuno lo nega, anche qui ci sono numerosi fannulloni). Questo avviene malgrado la produttività di un docente sia largamente misurabile e misurata negli altri paesi. Una proposta di sostituzione degli scatti di anzianità con aumenti legati alla produttività nella ricerca e/o altro avrebbe avuto un’accoglienza favorevole da parte di larghe fasce di docenti e, in particolare, dai ricercatori più produttivi e meritevoli.

L’attuale decreto, anziché cercare di modificare questi meccanismi disincentivanti li ha ulteriormente aggravati, scegliendo la facile strada del taglio degli stipendi uguale per tutti. Gli aumenti di anzianità, infatti, da biennali si trasformano in triennali ed i risparmi ottenuti vengono tolti all’università. In più c’è un taglio rilevante dei fondi per la ricerca. Così semplicemente si umiliano i ricercatori seri e si danneggiano in modo significativo le prospettive economiche dei giovani ricercatori. I fannulloni non si accorgeranno neppure di questo provvedimento poiché, non facendo ricerca, non percepiranno la riduzione di risorse ad essa dedicati e, potendosi dedicare ad attività extra universitarie più degli altri, integreranno facilmente il calo di stipendio. Proprio un bell’incentivo alla produttività.

Una strategia di sviluppo del paese difficile da capire

Bisogna infine rimarcare altri aspetti che rendono questi provvedimenti, oltreché pericolosi, persino un po’ ridicoli. L’Italia ha infatti uno stato che finanzia con le tasse dei cittadini moltissimi settori produttivi privati che logica di efficienza economica vorrebbe non fossero sussidiati. Settori che, per questo motivo, altrove non ricevono un euro di finanziamento pubblico. L’idea di far entrare i capitali privati nell’Università fa quindi un po’ sorridere, innanzitutto perché molte importati realtà produttive italiane di privato hanno poco e non sono gestite affatto in modo efficiente. Prima di incentivare le Università a diventare private bisognerebbe forse obbligare le stesse imprese a diventarlo davvero e a stare nei mercati senza la stampella pubblica. In secondo luogo, non dimentichiamo che l’Università è considerata dovunque nel mondo un settore strategico per lo sviluppo e per questo motivo viene finanziata in modo significativo e crescente dallo stato (vedi Tabella 1). Questo avviene persino negli Stati Uniti, nazione nominata spesso a sproposito in questo contesto nella convinzione che rappresenti un modello di università privata. I dati della Tabella 1 dimostrano il contrario, l'Università è un settore ben finanziato dallo stato (190 miliardi di dollari nel 2005) e la percentuale di college students che frequenta i numerosissimi atenei pubblici è del 77%. Solo il 23% frequenta quelli privati[5]. Infine, risulta grottesca la scelta di tagliare risorse pubbliche proprio ad uno dei pochissimi settori palesemente sottodimensionati e sotto-finanziati. Questo punto è stato persino sottolineato da Confindustria (non dalla CRUI) nella sua audizione alla Camera dei Deputati. Sappiamo tutti quanto la spesa pubblica italiana soffra per il pesante debito e si sa anche quanto il settore pubblico soffra, in moltissimi sui comparti, di un eccesso di personale rispetto agli altri paesi. Non è questo il caso dell'Università.

Ma, si sa, noi italiani siamo sempre diversi dagli altri. Non sorprendiamoci dunque se una politica che ha per obiettivo “lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria.” in Italia includa l’ennesimo taglio dei fondi all’Università. E che i risparmi così realizzati vadano per l'ennesima volta a finanziare una impresa privata fallimentare come Alitalia. Prendiamo atto che i nostri politici pensano che lo sviluppo e la competitività passino attraverso l’istituzione di nuove province ed il finanziamento agli autotrasportatori. E' infatti nelle nuove provincie che si giocherà la sfida della competitività del nostro paese di fronte ai complessi processi di globalizzazione in atto.



[1] 25 giugno 2008, n. 112.

[2] Difficile poi pensare all’arrivo significativo di fondi dall’estero. l’Italia si è mai dimostrata finora capace di attirare investimenti esteri. Perché dovrebbe riuscirci un’Università ancora governata da vecchie logiche di gestione e, perdipiù, sottofinanziata?

[3] Si legga l'intervista al ministro Gelmini apparsa su Repubblica il 10-7-2008.

[4] Per quantificare l’entità della diminuzione di stipendio effettiva che viene subita dalla categoria si vedano i calcoli effettuati da Paolo Gianni reperibili sul sito http://cnu.cineca.it/notizie06/scatti-triennali-06-2008.doc. Mentre per sapere com’è l’attuale struttura stipendiale dei docenti universitari si vedano le tabelle del Prof. Pagliarini (http://xoomer.alice.it/alberto_pagliarini/).

[5] Si veda Sallee, Resch e Courant (2008), "On the optimal allocation of students and resources in a system of higher education", The B.E. Journal of Economic Analysis and Policy, The Berkeley Electronic Press.

 

by Adriana Di Liberto last modified 2008-07-11 16:53

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